Magazine Mercoledì 3 giugno 2015

Nella Valle delle Meraviglie, tra marmotte e camosci

Un camoscio nella Valle delle Meraviglie
© Laura Guglielmi
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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Magazine - Fin da piccola mi ronza nelle orecchie: Valle delle Meraviglie. Come l'isola del Tesoro, un posto da fiaba. Ora sono qui. L'altro ieri, a Ventimiglia abbiamo inforcato la Val Roja, poi qualche chilometro dopo Saorge abbiamo preso sulla sinistra il bivio per Casterino. Ci si arriva anche da Limone Piemonte, o da Mentone. Dopo la svolta, una lunga serie di tornanti porta al Lac des Mesches. Lì si lascia l'auto e, in una ventina di minuti, si raggiunge il rifugio Neige et Merveilles, che ha anche stanze doppie con il bagno. Lì abbiamo dormito la prima notte.
Per arrivare fino all'inizio della valle delle Meraviglie, ci vogliono altre due ore, due ore e mezza con gli zaini, camminando per la pista o per il ripido sentiero che costeggia il torrente. In cima si approda su una specie di altipiano dall'aspetto lunare, costellato di laghetti, che termina prima del rifugio che ho davanti agli occhi ora.

Sono qui, finalmente. Oggi la valle è sprofondata in una pozza di sole, dopo due giorni di pioggia e nuvole. E mi sento proprio come Alice nel Paese delle Meraviglie. Accoccolata su una roccia, con la moleskine tra le mani, sotto di me il rifugio delle Meraviglie, che si affaccia su un laghetto alpino.
Abbiamo dormito qui stanotte, un riparo molto spartano, tutti insieme in due camerate, saremo stati una quarantina, ma il sonno mi si è aggrappato addosso come raramente succede in città. Non c'è acqua corrente, mi sono lavata nel laghetto, il wc è uno solo per tutti. Il custode gestisce il tutto da solo e ieri sera ha preparato da mangiare per tutti. Con il tonno in scatola, ci ha propinato delle lasagne, che mi hanno tolto la fame per due giorni. Stamattina alle otto ci ha svegliato aprendo la finestra, che incorniciava rocce lunari immerse nella luce nata da poco. Non c'è bisogno di molto per essere felici, anzi meno cose hai, più senti dentro di te una forza che non sospetti di avere.

Ora sono qui sopra il rifugio – dicevo – che scruto l'acqua del lago con il vento che ne frulla la superficie, ma la mia attenzione è tutta rivolta a lui, che si erge maestoso di fronte, con la sua cima frastagliata, il mitico Monte Bego, vetta sacra per millenni. Intere tribù, in diverse epoche storiche, hanno inciso figure sulle rocce intorno alle sue pendici, per ingraziarselo, come fosse un dio. Immagini stilizzate, le famose incisioni rupestri, che hanno resistito nel tempo, disegnate su sassi piatti, pietroni o rocce, perché lui, Bego, la divinità, le vedesse. Bego, una forza della natura, era necessario che fosse buono e ben disposto, con chi si avventurava fin quassù con le greggi. Sia ieri dopo il tramonto che stamattina tiene a bada le nuvole che, dalla mia prospettiva, sembrano sfiorarlo, ma rimangono rispettosamente dietro. Nuvole scure in un cielo blu con Venere che splendeva indifferente ieri sera, nuvole bianche, che sfiorano la sua chioma innevata stamattina, rincorrendosi dietro la sua cima. Sono anni che volevo entrare in relazione con lui, decenni che desideravo varcare la porta di questa valle meravigliosa. Ora ho trovato la chiave, con il mio compagno e una coppia di amici cari, Giacomo e Michela.

Laggiù di fronte, oltre il lago, una piccola radura in mezzo alle rocce e un torrente che gronda con fragore dal Bego, il monte magico si sta scrollando la neve di dosso. Precipita nel lago rumorosamente. Dalla parte opposta c'è una diga che, più silenziosamente, porta l'acqua a valle. Ieri, non appena raggiunto il rifugio, abbiamo posato gli zaini, per inoltrarci nella valle, e vedere le incisioni, ma siamo stati bloccati dalla neve che ci ha impedito di raggiungere un altro laghetto, che si chiama proprio Meraviglie, inconvenienti che sulle Alpi Marittime ancora capitano a maggio. Mi è dispiaciuto molto, anche se lungo il percorso abbiamo incontrato una buffa marmotta che prendeva il solo odorando l'aria ancora fresca della primavera. Più avanti due camosci che, benché sulle prime fossero impauriti, non sono schizzati via, ma ci hanno girato intorno tranquilli, attirati dall'erbetta appena spuntata proprio in quel punto del sentiero.

Fra un'ora torneremo indietro, è domenica, domani si lavora. Qui non c'è nessuna connessione, neanche il Wi-­Fi, la testa è vuota e ricettiva. Nessun sms, nessuna telefonata, tanto meno le mail. Era da un po' che non mi sentivo così leggera, nonostante le lasagne di ieri sera. Azzeramento di ogni bisogno e un forte contatto con la bellezza. Ce ne stiamo dimenticando sempre di più, siamo un popolo di insoddisfatti. Basta poco, basta niente, basta saperlo.
Ho una lista di viaggi che voglio fare assolutamente e, piano piano, li sto smarcando: l'India e il suo mondo surreale, l'Argentina e l'Uruguay, vittime di dittature atroci quando ero piccola, il ghiacciaio dell'Aletsch in Svizzera, dove si arriva con la ferrovia più alta d'Europa. Ne ho tolti tre dalla lista in due anni. Ora anche la Valle delle Meraviglie e sono quattro. Il prossimo? Il sentiero degli Alpini, tra il Toraggio e il Pietravecchia, sulle Alpi Liguri, che è così vicino alla città dove sono nata e cresciuta, Sanremo. Il mio territorio originario, quello che ho in comune con Italo Calvino. Un sentiero che mi impaurisce, con diversi punti scoperti. Ci vado verso la fine del mese. Anche dietro la porta di casa nostra ci sono ancora luoghi fondamentali dove non abbiamo ancora messo il naso. Succede a tutti noi. Cerchiamo di non perderceli.

Mi dimenticavo, sarà che sono europeista convinta e che credo il mondo sia tutt'uno, ma la Valle delle Meraviglie è in Francia. È stata italiana fino alla Seconda Guerra Mondiale, poi ce l'hanno portata via i francesi, come risarcimento dei danni provocati durante la guerra.

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