Magazine Mercoledì 20 maggio 2015

Laura Guglielmi: «e se fossi diventata un maschio?»

Donna con baffi
© shutterstock

LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Magazine - Chi può decidere dove vogliamo andare in vacanza, cosa ci piace mangiare e bere, se preferiamo la gonna o i pantaloni, se non noi stessi? Questo andavo pensando in questo periodo, mentre in tutta Europa si stavano promuovendo eventi intorno alla Giornata contro l’omofobia (17 maggio).

Allora mi è venuta voglia di raccontarvi la storia emblematica di Miki Formisano, che mette tragicamente in evidenza cosa può succedere se non ci si sente a proprio agio nell'identità che la società ci cuce addosso.
Fin da piccola Michela era irrequieta, con un padre violento, che picchiava la madre, un'infanzia che ha profondamente segnato la sua crescita emotiva. Non si sentiva per niente a suo agio in quel vestitino tutto bianco il giorno della prima comunione, così come quando le sono venute le mestruazioni ed è diventata, come si diceva un tempo, signorina.
No, non ci stava proprio dentro quei panni, e crescendo – quando ancora era Michela ­ – è stata preda dell'eroina, ha dovuto rubare per comprarsela, aggredire persone sconosciute, rimanere per anni rinchiusa nelle carceri, imbattersi nel maledetto virus dell'Aids.

Tutte cose che ho letto nel libro Resto umano, scritto da Anna Lacatena, uscito per le edizioni genovesi di Chinaski, che racconta la sua tragica storica. Insomma Michela ha gettato al vento anni della sua vita, proprio perché non riusciva, o meglio il contesto sociale non le permetteva, di vivere fino in fondo la sua identità maschile. Ha maltrattato il suo corpo con l'eroina, perché non riusciva a prendersene cura, l'ha bucato, tagliato, segnato con aghi e lame perché sentiva di non poterlo amare così com'era.

Ho conosciuto Miki a Palermo al Festival Gblt, poi per una fortuita combinazione, Marta Traverso mi ha chiesto di presentare il libro che racconta la sua storia. Una persona non sceglie di essere un transessuale, lo è – mi dice Miki – e tutto ciò non riguarda un comportamento esterno, ma un profondo modo di essere interno.

Miki oggi è sereno, si sente a suo agio nel proprio corpo di maschio, ha una compagna che ama, però prima di arrivare a questo punto, ne ha dovute passare di tutti i colori. Quel corpo gli stava stretto, lo costringeva a rituali, che non sentiva suoi. A dire il vero un certo disagio per i ruoli sessuali fissi e senza scampo è venuto e viene anche a donne o uomini che non transitano e che sono eterosessuali. Tanti i riti, cuciti intorno alla femminilità, che anche a me sono sempre stati stretti, come credo a moltissime donne della mia generazione, delle generazioni che mi hanno preceduto e di quelle successive. E forse a tutte le donne che hanno sparso la loro sofferenza nei tanti secoli che ci portiamo sulle spalle. Solo che noi oggi siamo più libere di scegliere.

Adesso vi racconto una mia storia: i miei genitori dopo mia sorella volevano un maschio, e mi hanno educata come se lo fossi, fino a quando non si sono accorti che si erano spinti troppo in là. Alla domanda: «Come ti chiami bella bambina?», mi era venuta la mania di rispondere: «Mi chiamo Paolo e sono un maschio», forse pensando inconsciamente al mio fidanzatino dell'asilo che si chiamava proprio così. Ed ecco che mia mamma invece che farmi tagliare i capelli a spazzola dal barbiere di papà, ha pensato che era meglio farmeli crescere fino al sedere.
Non che non mi piacesse, ma cosa era cambiato tutt'a un tratto? Perché non potevo più giocare a calcio con i maschi? E perché non potevo avere la pistola come i miei cugini? Ora mi chiedo, se dopo tanti pianti disperati non mi avessero regalato quella pistola tanto agognata, la mia vita forse sarebbe cambiata. Magari avrei voluto veramente essere un maschio per sempre.

Appena l’ho scartata, l’ho guardata stupita e – dopo aver annusato l’odore degli sparucchetti per una settimana – l'ho abbandonata in un angolo per sempre (e non l'ho mai più toccata, tanto che oggi detesto ogni forma di violenza e non ammazzo neppure una zanzara) e sono tornata a giocare con pentolini e fornelli. Oppure con il Lego e il Piccolo Chimico. O anche a mamma e papà con mio cugino Luca, però ogni tanto andavo io fuori a lavorare e lui cucinava e metteva le bambole a dormire. I nostri genitori erano troppo affaccendati per accorgersi di queste anomalie e noi ogni volta sceglievamo di essere chi ci pareva. Altrimenti ce lo avrebbero vietato. Come ancora oggi si impedisce ai bambini e alle bambine di entrare nei negozi di giocattoli e scegliere quello che preferiscono, aldilà del loro sesso. Ma ha un senso tutto questo? Più si lascia liberi i cuccioli di fare delle scelte più sviluppano la loro creatività. Se è così difficile ancora comprare un giocattolo, figuriamoci essere liberi di appropriarsi del genere che più ci appartiene.

Per tornare a Miki, questo negare alle persone la vera e profonda identità non può far altro che creare malessere individuale e, di conseguenza, collettivo. Miki ce l'ha fatta ad uscire da quel gorgo, non si chiama più Michela, si è fatto crescere la barba, ha trovato l'amore e vive sereno. E vuole raccontare a tutti la sua storia, perché le cose non si ripetano. Ma per una/o che ce la fa, quanti si arrendono ad una vita che non è la loro? Non deve più succedere, cerchiamo di capirlo tutti insieme.

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