Magazine Venerdì 22 maggio 2015

Manzoni e la spia austriaca nel romanzo di De Agostino

Borghetto sul Mincio
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Magazine - Terzo romanzo pubblicato da Frilli per Umberto De Agostino giornalista e storico, esperto della Lomellina e della Provincia pavese, dopo Il brigante e la mondina del 2013, e la biografia romanzata La contessa nera del 2014.

Stavolta siamo nel XIX secolo e più precisamente a settembre del 1858 dopo l’incontro a Plombières tra Camillo Benso di Cavour e Napoleone III per concretizzare gli accordi di alleanza tra la Francia e il Regno di Sardegna di fronte all’Impero austriaco.

Manzoni e la spia austriaca prende il via da una vacanza di fine agosto dell’ormai settantatreenne Alessandro Manzoni in Lomellina presso i marchesi Arconati Visconti per sfuggire alla milanese canicola cittadina.

Tutta la storia si svolge tra il 1858 e il 1859, quando la Lomellina apparteneva al Regno di Sardegna e il fiume Ticino che segnava il confine con il Regno Lombardo-Veneto sotto il dominio austriaco era praticamente a un tiro di schioppo.

L’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe, era dal febbraio 1857 viceré del Lombardo Veneto, in sostituzione del vecchio feldmaresciallo Radetzky che, per nove anni da governatore generale, aveva regnato come un vero autocrate. Ma la liberalità di Massimiliano, che concepiva una maggiore autonomia amministrativa del Lombardo Veneto, si era scontrata con l’opposizione di Vienna e del fratello Francesco Giuseppe, senza ottenere alla regione nessun vantaggio reale. E il comando generale dell’esercito del Regno era affidato al Maresciallo Ferencz Gyulai.

A fine agosto del 1858 dunque, nel palazzo del marchese Arconati, deputato al parlamento di Torino, ardente savoiardo e capo del Circolo di Cassolo luogo di ritrovo per patrioti, cospiratori, intellettuali, dove è ospite il conte Alessandro Manzoni arriva anche il colonnello Enrico Strada, uomo di fiducia del ministro piemontese della Guerra, Alfonso La Marmora.

Ma la zona è strategicamente vitale per la sua collocazione geografica che la pone tra i due Stati. È quindi inevitabile l’attività di spie, confidenti, traditori, tant’è che nel palazzo del Marchese si è destramente infiltrata una spia austriaca.

La sua fortunosa scoperta permetterà di prendere opportuni provvedimenti, ma la spia ha sentito abbastanza da spingere l’armata austro-ungarica ad anticipare l’invasione.

L’ingegnosa apertura delle chiuse con conseguente allagamento della piana studiata dell’ingegner Noè, consentirà di ritardare l’avanzata degli austriaci, abbastanza da permettere agli alleati francesi di passare le Alpi. (La straordinaria novità poi, usata in questa Seconda guerra d’Indipendenza fu il trasporto per ferrovia fino alla zona di combattimento di gran parte delle truppe e da parte di entrambi gli avversari).

Nella primavera successiva, pur con Mortara ancora in mano ai crucchi, una serie di abili colpi di scena condurranno a una soluzione finale da giallo classico.

De Agostino mischia con garbata abilità storia con fiction. Molti dei principali personaggi sono realmente esistiti. Simpatico il suo Manzoni, un po’ acciaccato e reso domesticamente familiare dalle lettere indirizzate alla moglie; bravo, intelligente e coraggioso il suo colonnello Enrico Strada.

Come poi dimostrò anche nel 1866 con la sua carica durante la terza guerra d’indipendenza, resa celebre dal dipinto di Filippo Palizzi della battaglia di Custoza (conservato a Roma nella Galleria d’Arte Moderna) quando alla testa del reggimento Cavalleggeri Alessandria andò in soccorso del principe Umberto, difeso dai carabinieri nel quadrato di Villafranca (dipinto da Giovanni Fattori), meritando la medaglia d’oro.

di Patrizia Debicke van der Noot

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