Magazine Sabato 16 maggio 2015

Al Salone del Libro le ricette per guarire il pianeta

Libri
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Magazine - Secondo giorno per il Salone del Libro: venerdì 15 maggio Torino ha accolto visitatori e ospiti sotto il diluvio e la grandine. Un aspetto non da poco tanto che la chiusura improvvisa dell'aeroporto di Caselle e i disagi a Malpensa hanno causato seri problemi per l'arrivo dei grandi ospiti. E così un Corrado Augias atteso allo scalo torinese ma in realtà atterrato a Milano è arrivato trafelato in giacca a vento e, ringraziando Ernesto Ferrero per aver coordinato bene il suo arrivo nonostante il cambio di programma, ha colto l'attimo per estendere i ringraziamenti al lavoro che il direttore del Salone, insieme a Rolando Picchioni, ha svolto in questi anni di gestione dell'evento, portandolo ad essere un vero punto di riferimento culturale di carattere internazionale.

Augias, a Torino per parlare del suo ultimo libro Il lato oscuro del cuore (Einaudi), ha dialogato col pubblico in un clima amichevole in un incontro dal tema: Quando la psicoanalisi scoprì le donne. Il libro, «che uno compra solo per il titolo poi lo butta», ha affermato ironicamente l'autore, presenta due livelli narrativi in cui le storie di due donne - Clara e Wanda - si intrecciano con l'evoluzione della psicanalisi. Due protagoniste nate dalla penna di Augias in modi opposti: la prima, Clara, rappresenta quello stacco tra il dire e il fare, quel mettersi alla prova dopo aver fatto tanta teoria; la seconda, Wanda, riporta Augias ai primi tempi del suo mestiere di cronista, quando dovette intervistare una prostituta e rimase colpito dalla sua storia. Oltre alla figura importante di queste due protagoniste è su quella maschile del padre di Clara che Augias si sofferma perché è un uomo che sta sviluppando una demenza derivate dal fatto che non va in pensione mentalmente: «invece bisogna andarci con un progetto, un impegno forte, che sia anche la raccolta di francobolli, ma che dia stimolo per non andare verso un declino».
Augias ha concluso l'incontro affermando quanto questa indagine sulla storia psicanalitica dimostri il cambiamento della comunicazione nelle relazioni, ma non delle spinte emozionali.

Di cambiamento, di comunicazione e relazioni si è parlato anche nello Spazio Rai con l'astronauta Luca Parmitano, il primo a comunicare così assiduamente dallo spazio inviandoci foto in tempo reale: gli altri italiani delle missioni precedenti non avevano avuto questa opportunità. Parmitano ha presentato il suo libro, Volare. 166 giorni con @astro_luca (RaiEri), in cui ogni parola è stata scelta con cura anche per chi non ha conoscenze scientifiche o tecnologiche, e che descrive la bellezza dell'universo a chi non può avere la sua stessa possibilità di ammirarlo in prima persona. Nel raccontare quei 166 giorni spaziali, Astro Luca si mostra infinitamente grato verso l'Italia che gli ha permesso di poter salire su quel razzo, «ma dicendo Italia intendo la scuola, l'accademia, l'aeronautica e la mia famiglia»: insomma tutti quelli che gli hanno dato la possibilità di sognare, di crederci e di realizzare il suo grande desiderio.

Sicilia, Italia e Europa, tre aspetti che tornano spesso. Parmitano ha ribadito l'importanza di sentirsi europei: la passione per le stelle è nata nella sua Sicilia, ma senza l'Accademia Italiana e gli studi fatti in Francia e Germania non avrebbe potuto trasformare il suo sogno in realtà. Parmitano crede talmente tanto nelle opportunità date dai progetti internazionali che tutti i proventi del libro verranno devoluti ad Intercultura per poter permettere al Luca o alla Samantha Cristoforetti del futuro di poter realizzare i propri sogni spaziali.
L'incontro è terminato con un excursus fotografico degli scatti fatti dalla cupola: «io non ho mai fatto foto, generalmente preferisco sempre vivere il momento», ha raccontato Parmitano, «ma nello spazio ho sentito il dovere di farle e condividerle come riconoscenza per avere avuto il dono di realizzare il sogno di essere tra le stelle».

Si è parlato di futuro anche con Serge Latouche e Carlo Petrini, un futuro che deve passare per un cambiamento di mentalità: «perché all'ottavo anno di crisi economica ancora non si è parlato di trovare un nuovo rapporto con l'economia, ma si continua a dare alle volpi (le multinazionali) la libertà di scorrazzare per il pollaio», afferma il fondatore di Slow Food.
Serge Latouche, al Salone in occasione della pubblicazione della nuova edizione di Usa e getta (Bollati Boringhieri), ha parlato del grave problema dello spreco del cibo: «circa il 40% viene buttato e il restante 60% è in gran parte caratterizzato dalla carne, che mangiamo troppo e soprattutto non è sana. Nel futuro sarà difficile trovare cibo sano buono pulito e giusto. Ma è da questi elementi che dobbiamo riscoprire la gioia di vivere, perché il concetto di infinitezze e del non avere limiti che caratterizza la nostra epoca non ci porterà a nessuna crescita».

La nostra civiltà non ha aria pulita, acqua potabile, non abbiamo tempo né spazio, e questo dimostra come il modello di crescita sia finito e non può ripartire finché il concetto di illimitatezza governa le menti. L'abbondanza che ha caratterizzato il periodo del dopoguerra fino agli anni '90, quindi, non può ripresentarsi e le guerre del futuro non saranno sul petrolio ma sull'acqua. «I lavoratori delle 500 milioni di imprese familiari agricole garantiscono il pane quotidiano all'80% della popolazione, ma vivono nella povertà: loro dovevano essere i protagonisti di Expo 2015, perché dobbiamo trovare una soluzione a questi problemi affinché il pianeta continui a nutrirsi», ha affermato Carlin Petrini.

Latouche ha ribadito che é più importante quello che si è fatto qui a Torino con il progetto Terra Madre che quello che sta avvenendo all'Expo di Milano, che non tiene conto della necessità di limitare i desideri per poter tornare a mangiare cibo sano, e tornare a mangiare tutti. «Perché solo quando l'aspetto redditizio passerà in secondo piano e si metterà al primo posto la felicità dell'essere umano, ricordandosi che il respiro della vita passa per il metabolismo e che la terra bisogna restituirla così come ci è stata consegnata e non avvelenata, solo allora potremo nutrire il pianeta».

di Margherita Pozzi

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