Magazine Lunedì 27 aprile 2015

In viaggio con Sylvia Plath, tra le lettere alla madre

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Magazine - L'occasione per riflettere su Sylvia Plath, la poeta statunitense, me la fornisce un libro che mi è stato regalato: Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre (Ed. Guanda, collana Biblioteca della Fenice, 2015). È un estratto delle lettere che Sylvia ha scritto alla mamma, Aurelia Shoeber, a partire dal 1950, quando è entrata allo Smith College, fino a pochi giorni prima del suicidio, nel 1963. Shoeber ha curato il volume completo in lingua originale.

Le lettere non raccontano direttamente il rapporto madre-figlia, ma in realtà ne rivelano molto. Ma prima mi soffermo sul padre Otto. È morto per complicazioni dovute al diabete, quando Sylvia aveva otto anni. Lei lo amava e temeva. Probabilmente il suo grande affetto si è unito ad un sentimento opposto, quasi di odio, perché si è sentita abbandonata e tradita. In un'anima sensibile come la sua, l'assenza paterna è diventata schiacciante, quasi ossessiva. Ha cercato di colmare quel vuoto per tutta la sua breve vita, soprattutto nel legame con Ted Hughes, anche lui poeta. Però l'uomo l'ha tradita, rinnovando il dolore e il passato. Si può dire che la morte, come la poesia, siano state con lei fin dalla più tenera età.

Alla madre era legatissima. Ma il rapporto fra loro era tutt'altro che sereno. Pare proprio che Plath si sentisse soffocata da lei. Infatti non le mostrava mai il proprio intimo. Le “consegnava” solo la parte di sé che Aurelia avrebbe approvato. La giovane era alla ricerca della perfezione in ogni campo, aveva bisogno di eccellere per essere riconosciuta come poeta e scrittrice. E, probabilmente, per conquistare l'affetto altrui. La sua anima, è sempre stata in lotta fra il conformismo e l'essenza fatta di talento, dolore, distruzione. Le sue erano due individualità distinte e in conflitto continuo. Anche la sua tesi di laurea ha seguito questo tema: la doppia personalità in Dostoevskij.

A mio parere, questa raccolta è interessante per chi già conosca il mondo di Sylvia Plath. Le informazioni e i fatti quotidiani raccontati, le danno una precisa collocazione temporale. Svelano di una giovinezza vissuta secondo il clichè medio-borghese degli anni '50. Affrontano l'incontro con Ted e il matrimonio. Parlano della carriera artistica, la maternità, la fine del rapporto con il marito e il riaffiorare dell'intima distruzione che la porterà al suicidio, a 31 anni. L'ultima lettera è datata 4 febbraio 1963, pochi giorni prima di togliersi la vita. C'erano ancora progetti, intenzioni per il futuro.

Ma già nel 1953 aveva tentato il suicidio. In quel periodo ha conosciuto anche l'elettroshock, di cui ha parlato nel romanzo semi-autobiografico La campana di vetro, pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Victoria Lucas per proteggere le persone che comparivano nel libro. Consiglio di leggerlo, (Ed. Mondadori), perché porta il lettore nella mente della protagonista e, di conseguenza, di Sylvia. Naturalmente una lettura importante per avvicinarsi a lei restano i Diari (Ed. Adelphi).

Ricordo che Sylvia Plath ha attuato un'opposizione decisa contro l'oppressione maschile ed è diventata un simbolo delle battaglie femministe degli anni '60.

Inizialmente, sono rimasta stupita dal titolo Quanto lontano siamo giunti. Avrei pensato a una frase sul rapporto fra madre e figlia. Ma è tratto da Edge, l'ultima poesia scritta da Sylvia. È datata 5 febbraio 1963. “Her bare feet seem to be saying: we have come so far, it is over”. Parla di una donna arrivata al limite, ormai perfetta, il corpo morto con il sorriso della compiutezza. I suoi piedi nudi sembrano dire: abbiamo fatto tanta strada, è finita. Un limite raggiunto pochi giorni dopo, nella notte fra il 10 e l'11 febbraio.

Ho detto all'inizio che questo libro è stato un regalo. Un dono prezioso da parte di una persona ancora più preziosa, che esprime l'amicizia e l'affetto mettendo in moto e accompagnando la mia anima. Per questo in viaggio con Sylvia, di cui ho toccato ancora una volta la solitudine, mi sono sentita fortunata e felice.

di Geraldina Morlino

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