Magazine Venerdì 24 aprile 2015

Il buio ha paura dei bambini, noir di formazione

Bambino
© Shutterstock

Magazine - Napoli. Un'esplosione improvvisa. Un appartamento distrutto in un attimo. E un bambino, Angelo, che aspetta a scuola che qualcuno lo vada a prendere. In quell'esplosione Angelo perde i suoi genitori e tutto il suo mondo. E si troverà a vivere in una nuova famiglia in una nuova città. Al nord. Bologna. Ma dovrà lottare con il suo lato oscuro, il nero che ha dentro e deve cacciare come fanno i polpi.

Il buio ha paura dei bambini (Piemme, 2015) è un libro che cattura dalle prime parole che scorrono a ritmo incalzante. Chi legge, vive accanto a quel bambino difficile, catturato dal desiderio di vedere cosa gli succede fino al colpo di scena finale.

Emilio Marrese, giornalista di Repubblica, premio Coni 2011 per la narrativa sportiva con Rosa di fuoco. Romanzo di sangue, pallone e piroscafi (Pendragon) tradotto in Spagna e in Sudamerica ci racconta il suo libro.

La vita di Angelo, il piccolo protagonista, affascina da subito. Il suo modo di essere lo fa sembrare un adulto non cresciuto o un bambino cresciuto troppo in fretta. Battute esilaranti, sarcastiche e ciniche. Risponde per le rime a tutti, comprese assistenti sociali e psicologhe, e anticipa le richieste dei grandi dicendo quello che si vogliono sentir dire. Gli adulti spesso regalano ricordi insopportabili. Il cinismo nasconde sensibilità?

«Ne sono convintissimo. È una corazza anche infantile, innocua, per attutire gli urti della vita, assorbire, proteggersi, rendere tutto relativo e dunque più leggero da affrontare. Anche se so bene che possa essere molto fastidioso come atteggiamento. Ma è una corazza di cipolla. Basta un niente per perforarla e basta un pizzico di volontà o di sforzo - non richiesto ma gradito dal cinico - per andare oltre e leggere la vera anima. Il cinico è spesso solo una persona più sensibile, timida, timorosa, debole che cerca di mascherare il proprio senso di inadeguatezza e la propria sofferenza».

La storia è ambientata negli anni '70. C'è un lato oscuro che fa la differenza in periodi storici diversi? O la famiglia resta il luogo più oscuro?

«La famiglia è la filossera della società, dice Gérard Depardieu nella sua autobiografia. È un'associazione a delinquere, aggiungo ironicamente. Non lo penso davvero, credo sia il fine e il mezzo principale dell'uomo, il guscio, una delle cose per le quali valga davvero la pena vivere. Ma non basta la definizione, non è un valore assoluto a prescindere, un'entità astratta che si riconduca a un'unica formula (padre-madre-figli). Famiglia è qualsiasi cerchio di affetti, empatia, alleanza. Sappiamo bene invece che la famiglia è spesso anche un coacervo inestricabile di ipocrisie, dolori, bugie, compromessi, veleni, un luogo soffocante, cupo, falso, morboso, insano. Bisogna essere bravi e fortunati a costruirsela, non basta un certificato dell'anagrafe».

Il tema dell'appartenenza è molto forte. Angelo dice «questa non è la mia città. La tua città è dove sei nato. È la città che sceglie te.» Angelo sembra non avere scampo. E per te da dove parte un cambiamento possibile?

«Appartenere a qualcosa, che sia una città, un gruppo sociale, una squadra, una famiglia, un'idea, è un istinto primordiale che serve a darci un senso, sebbene sovente sia un senso sbagliato. Io ne sento molto il bisogno. Forse è un problema che ci si pone giustamente solo nella seconda parte della vita, perché nella prima si sente meno questa esigenza e potrebbe addirittura essere limitante, un ostacolo alla conoscenza e alla crescita, solo un recinto che ci illude di proteggerci ma in realtà ci fossilizza e basta. Però penso che la tensione a trovare il proprio posto nel mondo, non solo fisico e geografico, sia umana e necessaria. Angelo, nel libro,è alla ricerca di questo e le parole che hai citato, le dice solo perché non lo trova, non capisce dove deve collocarsi e reagisce all'ambiente ostico che trova, fingendo anche con se stesso che questa ostilità non lo riguardi, non lo ferisca, perché tanto lui ha un altrove. Ma non ce l'ha davvero».

Angelo viene chiamato marocchino perché viene da Napoli. Un lato razzista di una Bologna che non ti aspetti. Fosse oggi?

«Oggi un napoletano a Bologna rispetto a quarant'anni fa è molto più di casa, neanche ci si fa caso, non è visto come un estraneo. Questo trattamento diffidente se non proprio ostile ora viene riservato a chi viene da più a sud. Ai marocchini veri, che quarant'anni fa non c'erano. Bologna non è ospitale e aperta come si pensa, non lo è mai stata. anche se certamente lo è più di tante altre città del nord geograficamente più defilate, meno di passaggio, meno ambite, socialmente più chiuse e ignoranti. È tutto relativo, nemmeno Roma è ospitale coi napoletani e Napoli coi calabresi e così via. Respingere e cercare di sottomettere culturalmente l'estraneo, l'invasore, il diverso, è un altro istinto primitivo, ancestrale. La prima reazione è tenerlo controllato e relegato su un piano inferiore della scala sociale, per depotenziare la minaccia al proprio ordine costituito. Poi nel caso specifico chi ha voglia di integrarsi, in linea di massima ci riesce. Ma una barriera, piùo meno spessa, tra una civiltà e l'altra va comunque sempre bucata».

Hai il merito o la colpa di far riaffiorare tanti ricordi a chi è stato bambino negli anni Settanta con poche semplici parole frasi, e cenni a film, sceneggiati e programmi tv (la baronessa di Carini, L'altra domenica e Portobello).

«Se vuoi ambientare una storia negli anni Settanta, devi recuperare quella scenografia, sapendo perfettamente che in chi ti legge avrà un effetto positivo. Erano tutte cose che avevo nella mia cantina mentale, non ho fatto fatica a rispolverarle. Ho fatto quello che all'essere umano riesce meglio: ricordare. E di conseguenza provare nostalgia e tenerezza. Il passato suscita questi sentimenti ed è rassicurante perché appunto è passato e non ci può fare male. Salvo casi particolari, come quello di Angelo».

Letteratura e intrattenimento. Dici che il tuo è un libro di intrattenimento e che la letteratura è altro. Questa affermazione può essere un'ingenuità. Chi può dire cos'è la letteratura? Persino Umberto Eco si pone la questione...

«Accetto l'obiezione e capisco che l'understatement al lettore/spettatore possa infine irritare quanto la prosopopea di certi autori più bravi a darsi importanza che a scrivere. Cerco solo di applicare su di me lo stesso metro cinico che applico per mestiere a chiunque, questione di natura e credo onestà intellettuale. Letteratura è qualcosa destinato a cambiare le carte in tavola e restare per sempre, nella mia accezione. E non credo che fare buon intrattenimento sia cosa da poco».

Il tuo romanzo è in equilibrio tra la commedia e il dramma. Fino alla fine si percorre come un funambolo sulla corda facendo attenzione ai particolari ma non vedendo l'ora di arrivare dall'altra parte. Fino al colpo di scena. Come lo definiresti il tuo romanzo? Favola noir?

«Vorrei non definirlo anche se capisco che sia un'esigenza, anche la mia da lettore quando vado a cercare un libro. È una storia. Un romanzo di formazione noir. È stato messo nella collana thriller, ma di thriller ha solo il finale e non è per niente classico, con poliziotti, indagini, sangue. Come si definisce correttamente il cinema di Monicelli, De Sica, Virzi, Moretti? Commedia o dramma? Secondo me, vita. Perché nella vita non è che si rida o si pianga. Si fanno entrambe le cose, continuamente, ogni giorno, anche nel giro di un minuto».

di Arianna Destito

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