Magazine Giovedì 12 dicembre 2002

La macchina infernale (parte II)



Domenica.
“Non mi freghi più”, ghignavo, trasformando un carrellino un tempo usato per portare le mie valigie (prima che scoprissi il trolley!) in montacarichi per la macchina da scrivere. Confidando nelle rotelle in gomma, ero certa che non avrei prodotto troppo rumore sull’impiantito dei vicoli. Ma avevo sottovalutato la perversione della Lettera 35. Quella si agitava, nella valigetta; sobbalzava come una tarantolata, non solo sul selciato sconnesso, ma anche sulle cicche o sulle pozzanghere, minacciando di cascare fuori ad ogni passo. Un frastuono odioso. Non un individuo che non si sia girato al mio passaggio. Lei mi annunciava da 300 metri di distanza. Inutile la mia aria indifferente: “Rumore? Quale rumore?”. Intanto, tentavo di scoprire quale fosse l’assetto più silenzioso: se la guida in mattoni delle creuze, o il selciato esterno. Niente: quella si agitava anche sull’asfalto più liscio.

Inizio a chiedere ai banchi della Piazza.
Fotocopia del giorno precedente.
Finalmente, vedo un residuato bellico di macchina da scrivere su un tavolo. Speranzosa, mi rivolgo al gestore.
“Senta, le interessa una macchina da scriv…”
“No, signorina”
Assumo l’espressione di un cocker bastonato, rivolgo silenziosamente lo sguardo alla carcassa nera del residuato bellico. Il signore segue i miei occhi con i suoi.
“Eh, con quella ho fatto un errore. Non l’avrei dovuta prendere: pesa troppo”.
“Ma questa non la vuole neppure vedere?”, insisto. Si sporge: “È una Lettera 35? No: anche lei pesa troppo”.
Lo so.

Riprendo a girare tra i banchetti con quella bara appresso. La folla si divide come il Mar Rosso al mio passaggio, annunciato da uno sferragliare indemoniato. Mi tocca pure camallarmi bara e carrello sulle scale. Stesso girone infernale del giorno avanti. Tento ancora con qualche banco. Desisto.
Intravedo i piatti di Copenaghen che mia madre desidera ardentemente: vuol ricominciare una collezione interrotta dopo pochi pezzi, e io l’aiuto.
Il mio rimorchio mi impedisce di mercanteggiare con il tipo del banco: lo mollo per terra.
Acquisto e riparto. Le corde del carrello si staccano: nel tentativo di non far cadere la scatola, rischio di giocarmi i piatti. So che lei ci gode.

Percorso a ritroso, identico fracasso. Guardo malissimo i tre che si scostano, in Salita Pollaioli, per farmi passare come se stesse transitando un autocarro, quando di carrellini con bara (usuale vederne!) ce ne sarebbero passati almeno altri tre. Cavalleria a sproposito. Suono ad un’amica, mi invita a salire. Sesto piano, anche questo senza ascensore. Idea diabolica, degna di un genio del crimine: mollo la scatola sul portone, la abbandono come Mosè sul Nilo. Siamo nei vicoli, mia zia non permette a mia cugina di 17 anni di venirmi a trovare per paura che il lupo se la mangi, figurati se qualcuno non si frega una scatola così invitante, così somigliante ad una bomba ad orologeria!

Prendo il carrellino, i piatti. Rimango su quasi mezz’ora. Scendo le scale con un sorriso mefistofelico stampato sulla faccia. All’ultima rampa, la vedo. È ancora lì.
Masticando livore, armeggio con il carrellino e la rimetto su. Le finestre di Piazza Sarzano si illuminano al mio passaggio. Da lontano, vedo i frequentatori della Latteria di via Ravecca aguzzare le orecchie. Cedo. Sgancio le corde elastiche. Lei deve aver confabulato col carrellino: lui non si chiude più. Ultime centinaia di metri, sei rampe di scale. Arrivo ansimante in casa. Lascio la scatola vicino alla porta. Troppo facile, ormai, buttarla semplicemente in un cassonetto.
Ora è lì, accanto agli ombrelli. In silenzio, mi guarda.
E io la odio.
Ma mi libererò di lei. Lettera 35, macchina infernale.

Teardrop
di Donald Datti

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