Magazine Giovedì 12 dicembre 2002

La macchina infernale

Magazine - Come odiare un oggetto. È banale, se si tratta dell’orrendo pelouche a forma di maialino (ma non è una scimmia? E se fosse un bradipo delle Ande?) vecchio ricordino di un ex, o di un suppellettile in ceramica del tipo water con annessa goliardica filastrocca comprato nel 1970 a Pisa, o del gilet giallo canarino fatto a punto croce con l’uncinetto dalla zia Pasquina “che se non te lo metti, poi lei si offende, fallo per la zia!”. Oggetti che risultano facilmente insopportabili, perché kitsch, perché inutili, ma che - per una legge universalmente riconosciuta e tacitamente accettata- non finiscono mai nella rumenta.

L’odio acquista un pizzico di fascino se rivolto ad un oggetto ancora utile, dal design accettabile, di quelli che “è davvero un peccato buttarli”.
Nell’appartamento in cui da poco mi sono trasferita, c’è una macchina da scrivere, una Olivetti Lettera 35, color beige, con tutti i tasti funzionanti e la sua valigetta in plastica nera. Chiusa lì dentro, è stata appoggiata provvisoriamente in un angolo, in attesa di qualche Mercatino dell’Usato. Ogni ultimo weekend del mese Palazzo Ducale ne ospita uno.
Ho tentato di liberarmi della Olivetti una prima volta, sabato. Pesa un bel po’, almeno sei-sette chili. E la maniglia della valigetta è stata studiata da un ergonomo strabico, apposta per scorticarti le mani. Un po’ mi dispiaceva: cambiando il nastro ormai asciutto, sarebbe stata ancora perfetta. Ma- no, no- ho il computer, più veloce, più silenzioso. L’oggetto ha capito le mie intenzioni e ha iniziato a vendicarsi. Giù per i quattro piani senza ascensore del mio palazzo e via, con il preludio di una vescica alla mano destra.

Al Ducale, mi sono diretta verso un banco a caso, uno con esposti oggetti in metallo.
“Scusi, signora: le interessa una macchina da scriv…”
“No, gioia, no”
“Non la vuole almeno ved…”
“No, gioia, no”
“Sa di qualcuno che…”
“Domani, in Piazza Matteotti, qualcuno, gioia, forse…”
La scatola 40X40 mi impedisce di camminare con scioltezza tra la densa folla: signore imbellettate di 186 anni che -lì in mezzo- sguazzavano beate tra vecchi cappelli e gioielli ossidati, finti intenditori di porcellane olandesi, barboncini portati in braccio da mariti annoiati al seguito di bionde mogliettine che -molto trendy- cinguettavano entusiaste sulle anticherie esposte (“Paolo! Questo portacandele in plexiglas arancione del secondo quarto degli anni ’70 starebbe d’incanto sul tavolo Hans dell’IKEA in cucina!”), passeggini grossi come carriattrezzi con bambini proiettati pericolosamente verso i bordi delle bancarelle. A tutti, io ed il carrellino risultiamo invisibili: spintoni, inciampi. Una specie di girone infernale.

Chiedo ad altri tre banchetti: idem.
Le salite del centro storico diventano lunghissime ed impervie come sentieri di montagna tibetani quando devi portare dei carichi. Non osavo pensare ai quattro piani di casa.
Arrivata, mollo la scatola su un tavolo, maledicendo mentalmente la diabolica Olivetti. Scommetto che quella, al calduccio della guaina profumata di benzene, se la rideva.

di Donald Datti

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