Quattro chiacchiere dopo lo spettacolo - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 13 dicembre 2000

Quattro chiacchiere dopo lo spettacolo

Magazine - Per primi incontriamo gli organizzatori Francesco e Anna che ci intrattengono mentre aspettiamo che gli attori riemergano dalla doccia.
Domanda: Da cosa nasce Caos, qual è o di chi è l’idea originale?
Francesco: E’ un progetto di Valeria Cavalli. Al tempo, lo propose a Claudio Intropido, uno dei fondatori del gruppo originale nel ’76. La compagnia in quel momento stava vivendo un forte cambiamento ai vertici. Il gruppo dei fondatori, eccetto Intropido, stava lasciando e nuove persone subentravano, tra cui anche noi della Scuola “Il palcoscenico”. L’idea era di affrontare la quotidianità in particolare quella di una città come Milano e quindi di “parlare” di tutte le difficoltà di viverla.
Domanda: E la danza?
Francesco: Anche questo aspetto è legato al momento storico di cui parlavo. In quel momento di trasformazione si doveva affrontare anche il problema dell’eredità poetica. In sintesi ci si voleva rinnovare e quella vecchia non soddisfaceva più. Valeria, poi, come formazione veniva dalla danza e quindi…
Domanda: Caos è nato undici anni fa, cosa è cambiato da allora?
Francesco: Prima di tutto il titolo. Lo spettacolo si chiamava “Istruzioni per l’uso” perché parte del lavoro si basava sul libro Storie di cronopios e di fama di Julio Cortazar e in particolare sul capitolo introduttivo dall’omonimo titolo. Cortazar tratta qui di gesti quotidiani e ripetitivi come salire le scale, aprire le porte, camminare etc. che era appunto la tematica che più ci interessava.
Domanda: E allora Caos da dove arriva?
Francesco: Conoscendo lo spettacolo, ormai sapevamo perfettamente di cosa stavamo trattando, dunque quale altra migliore definizione se non “caos”…
Domanda: Torniamo alle variazioni dall’originale: gli interpreti e le situazioni sono cambiate?
Francesco: Si certo, però il gruppo che va in scena ora è insieme su questo spettacolo da sette anni. Ci sono due casi eccezionali Valeria Cavalli che è l’unica ad aver interpretato anche la versione originale e uno dei ragazzi che è un ex allievo della nostra scuola e nuovo dello spettacolo. Per quel che riguarda le situazioni, si sono state un po’ rielaborate, hanno perso l’ingenuità iniziale, però il nucleo tematico originale delle scale, dell’acqua, della paura, dei saluti e del bacio è rimasto, le musiche stesse hanno dieci anni eppure mi pare che funzionino sempre piuttosto bene.
Francesco si interrompe si scusa ma deve cominciare ad asciugare l’acqua sul palcoscenico e poi non vuole dire tutto lui e ci lascia nelle mani-parole di Valeria Cavalli che nonostante i capelli ancora bagnati e la fatica dello spettacolo ci accoglie sorridente e disponibile.
Domanda: Che rapporto avete con linguaggi o tipologie di spettacolo più tradizionali?
Valeria: Noi nasciamo come mimi e danzatori e l’idea di partire da un testo non ci appartiene. Il teatro “classico” non ci funziona. Noi lavoriamo su improvvisazione il resto può servirci come spunto pretesto ma non rimane poi alcuna traccia dei materiali.
Domanda: Dopo Genova?
Valeria: Ci aspetta un mese di repliche a Milano al Teatro di Portaromana sul circo. Anche questo esce molto dagli schemi tradizionali di fare teatro. Prima di tutto per il tema trattato. Il circo è una realtà molto particolare, è tutto un mondo a parte, una società vera e propria e noi siamo andati a conoscerlo da vicino lavorando con un critico e storico che è Alessandro il nipote di Moira Orfei. Per darti un’idea della diversità del materiale con cui ci siamo confrontati ti potrei raccontare un sacco di aneddoti per esempio che c’è una precisa regola per l’assetto del campo e c’è persino un preciso ordine d’arrivo dei carri. Noi estranei siamo chiamati “I fermi”…
Domanda: Guardando lo spettacolo sembra che tra di voi ci sia un forte affiatamento.
Valeria: E’ verissimo. E deve esserci altrimenti in certi punti lo spettacolo può anche essere pericoloso. Una volta uno del pubblico si è buttato nel mezzo del nostro gioco con l’acqua e abbiamo veramente temuto. Ci sono momenti di Caos che non riuscirebbero se non fossimo una compagnia nel senso tradizionale del termine. Siamo veramente molto uniti e lavoriamo anche molto intensamente insieme, per lunghe ore e magari qualche volta rinunciando a proposte che ci vengono fatte singolarmente.
Domanda: Avete dunque un pubblico che partecipa, Francesco ci ha parlato di grandi successi e di pubblici che reagiscono nei primi dieci minuti dello spettacolo, ma com’è il vostro spettatore?
Valeria: Qui a Genova abbiamo trovato un pubblico attento non “sganascioso”, ma non freddo, ripeto attento. E comunque il nostro è in verità un pubblico di persone che normalmente non vanno a teatro però vengono quando c’è un nostro spettacolo e ci seguono.
Domanda: L’ultima curiosità è: collaborate con altri gruppi?
Valeria: Quando avevamo ancora il nostro spazio ospitavamo continuamente altre compagnie. Adesso ci piacerebbe collaborare ma è difficilissimo far coincidere le disponibilità di tutti: prima non può uno poi non può l’altro, comunque siamo molto vicini a quelli che fanno teatro di ricerca. Si è fatto tardi ci avviamo insieme a tutta la compagnia fuori del teatro con la lentezza di chi esce mal volentieri da un locale dopo aver passato una bella serata.

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