Magazine Lunedì 9 dicembre 2002

La fine del mondo di Fabrizio Venerandi

Pantagrognomicon, esordio narrativo del genovese , è un libro difficile e affascinante. Il titolo è quasi impronunciabile, un ipotetico (ma falso) calco greco. Il testo è frammentato, esploso disordinatamente in tante sezioni, articolato in storie che si intrecciano, si legano e si aggrovigliano senza un immediato senso logico. La scrittura è piana, semplice, ma allo stesso tempo poco consolatoria: non svela nulla, forse perché i personaggi non hanno, in fin dei conti, niente da dire.

Eppure è un libro che vale davvero la pena di affrontare. Perché è un testo che ha tanti padri nobili (c’è qualcosa di kafkiano, un poco di Orwell, molta fantascienza “colta”) senza somigliare a nessuno. Perché ci permette uno sguardo diverso sulla letteratura degli ultimi anni. Perché è claustrofobico, portatore d’ansia, volutamente non accattivante. Perché non è un romanzo e non è una raccolta di racconti, non ci fornisce un punto di vista privilegiato e, tutto sommato, si lascia “fare” dal lettore.

La storia, se vogliamo, è semplice: tutto sta a saperla rintracciare tra le pagine. Il libro descrive la fine del mondo, una fine stranamente poco cruenta (per certi versi l’atmosfera ricorda quella di Dissipatio H.G., di Guido Morselli), alla quale l’uomo pare essere sopravvissuto. La causa della catastrofe è una malattia che separa gli oggetti dai loro nomi. Una malattia alla quale vengono contrapposte due possibili cure: quella del Comitato Centrale, che cerca di cancellare la memoria delle cose, degli avvenimenti, convinto che nella memoria si nasconda il male; quella di un Collettivo che cerca di resistere annotando, raccontando, descrivendo la realtà, nel tentativo di mantenere viva la memoria. Il libro si compone dei verbali, dei resoconti, degli interrogatori, degli inventari del Collettivo e del Comitato. Un “metatesto” composito, ricco di spunti, che non necessariamente vengono raccolti, ma lasciano al lettore un vasto raggio di azione.

Si assiste alla perdita di senso delle cose, che non hanno più nome, non vengono più usate. L’oggetto è protagonista, ma non c’è, non vuole farsi chiamare in alcun modo. In una letteratura che, sul finire degli anni ’90, ha messo l’oggetto in primo piano (in Italia viene in mente Aldo Nove, ma non si può dimenticare Ellis di American Pshyco), questa è una piccola rivoluzione. E la scrittura segue questa strada: non più un’accumulazione ipertrofica, iperrealista, ma un movimento a levare. Le storie non portano avanti la narrazione, che assume un senso compiuto solo nel momento in cui tutti i tasselli, tutti i frammenti si compongono (e non è detto non ne manchi qualcuno).

Un libro difficile, si diceva, anche da trovare. Qualche copia presso la Libreria Feltrinelli di via XX settembre. Altrimenti si può ricorrere all’ordine on line, pagamento in contrassegno sul sito dell’ . Costo del volume 10.50 euro.
di Donald Datti

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