Magazine Giovedì 2 aprile 2015

Alpi di Guerra, Alpi di Pace. Il libro di Stefano Ardito

Le Cime di Lavaredo viste da una grotta costruita nella Grande Guerra
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Giovedì 23 aprile, alle 21.00, Stefano Ardito presenta il libro Alpi di guerra, Alpi di pace (Corbaccio, 2015, 272 pp, 19.60 Eu) a Genova, presso la sezione del Cai in galleria Mazzini 7/3.

Magazine - Il primo paragrafo di introduzione del libro Alpi di guerra, Alpi di pace (Corbaccio, 2015, 272 pp, 19.60 Eu) di Stefano Ardito recita: «Una mattina di maggio del 1917, un famoso scrittore britannico percorre una scomoda strada di montagna. Dopo una lunga serie di svolte tra gli alberi, sbuca in una conca innevata. Sopra di lui, uno spigolo di dolomia si alza verso il cielo, spingendosi all’esterno come la prua di una nave al momento del varo. Domina il paesaggio una wilderness di pareti e di fessure infuriate».

Lo scrittore britannico in questione è Rudyard Kipling che nel 1907, con il suo Il libro della jungla, ha ricevuto il Nobel per la letteratura ed è stato inviato in Italia da due quotidiani, l’inglese Daily Telegraph e l’americano New Yorker Tribune per descrivere il fronte austro ungarico. Un anno prima i giornali oltremanica avevano mandato al fronte italico anche Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, per raccontare la guerra sulle Alpi. E testimone dei terribili giorni di Caporetto sarà il grande Ernst Hemingway.

A cento anni dall’inizio di una terribile guerra detta la Grande Guerra e che coinvolse l’Europa intera in un’orgia di morte e distruzione, se ne parla, se ne scrive e si pubblicano tanti libri sull’argomento.
Stefano Ardito, giornalista e fotografo, regista di documentari e scrittore, che ha al suo attivo un’ottantina di volumi dedicati alle montagne italiane e del mondo, nel suo Alpi di guerra, Alpi di pace lo affronta e racconta, con un’intensa, accurata e documentatissima ricostruzione storica legata alle vette a lui care, diciassette episodi del conflitto.

Cito quello indimenticabile e atroce del simbolico sacrificio di Cesare Battisti, giustiziato dagli austriaci come traditore, e quello più realistico e avventuroso che parla di un giovane Rommel, che mostra già la grande capacità di quello che nella guerra successiva divenne la volpe del deserto. Tuttavia si prova un senso di frustrazione, rabbia e impotenza nel leggere di terribili combattimenti sui fronti della Somme, della Galizia, dell’Isonzo e del Carso, nei quali hanno perso la vita milioni di ufficiali e soldati e altri milioni di uomini sono stati mutilati o feriti, che fossero italiani o austro ungarici e, troppo spesso, neppure loro sicuri per chi o per cosa stessero combattendo veramente, tanto i confini e gli ideali erano inutilmente mutevoli. Ma questo è lo spaventoso e inutile olocausto di ogni guerra.

Sul fronte alpino, dal Passo dello Stelvio alle Alpi Giulie, i militari italiani e austro-ungarici si sono affrontati sanguinosamente: e poi sulle Dolomiti, sull’Adamello, sul Pasubio, sullo Jôf di Montasio e su decine di altri massicci, hanno costruito gallerie, strade, sentieri, rifugi caserme e fortezze. E hanno issato i cannoni e le mitragliatrici fin sulle vette più alte con per unico scopo: conquistare qualche inutile posizione.

Oggi, mentre le trincee del Fronte occidentale e del Carso sono state riassorbite in un paesaggio di pace, le Alpi centrali e orientali si sono trasformate in un grande museo all’aria aperta, visitato ogni anno da decine di migliaia di persone.

di Patrizia Debicke van der Noot

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