Magazine Venerdì 6 dicembre 2002

Flusso (parte III)



È semplice da usare. È facile e precisa e veramente micidiale. E non fa rumore.
Sono tre giorni che seguo Bernardo Aurelio, dalla televisione, naturalmente, lui e la sua troupe non si sono mai mossi dalla terrazza del loro albergo a cinque stelle con piscina. E tutta questa cosa degli scontri di Genova non ha fatto che aumentare la mia rabbia nei confronti di Bernardo Aurelio, come se fosse lui il colpevole di tutto, di qualunque cosa: lo so, non è ragionevole, "morale", "etico", quello che volete, ma io ho altri problemi per la testa. I miei.

Bernardo Aurelio è seduto sulla terrazza dell'albergo con vista sugli scontri, con l'odore acre dei lacrimogeni che arriva fin quassù, io sono entrato perché in fondo sono un giornalista, accreditato, con tanto di tessera stampa, oltre che scrittore, lui ha la sedia addossata al muro, non lontano dal parapetto, e anche a lui sembra che non gliene freghi nulla degli scontri dieci piani più sotto: per lui è "lavoro", lucidatura di ego, punto. Mi siedo al tavolino di fronte al suo appoggiando la mia borsa di plastica rossa sul tavolo. Lui legge assorto il giornale e a intervalli regolari sorseggia l'aperitivo, non si accorge dell'esistenza del mondo esterno, e dire che tra gli elicotteri che volano e rombano bassi, e le sirene perenni, e gli scoppi, e gli spari e le urla, è difficile non accorgersi del mondo esterno, ma lui è tranquillo come un buddha, come sempre, nulla lo scalfisce. Tiro fuori la mia copia de Il Manifesto, lo adagio sulla borsa, estraggo la balestra che rimane nascosta sotto il giornale. Arriva un cameriere, ordino un Pastis. Posiziono la balestra in modo tale da colpirlo al cuore: non posso sbagliare, è proprio di fronte a me, a una distanza inesistente. Non posso e non devo sbagliare. Arriva il mio Pastis e il cameriere si allontana. Tiro il grilletto della balestra che emette un sibilo discreto. La freccia della balestra inchioda Bernardo Aurelio alla parete: sembra che osservi un punto lontano nel mare, non sembra neanche morto, sembra solo assorto, indeciso su cosa raccontare in televisione di questa giornata a Genova, di cosa dire e di cosa tralasciare, sorvolare. Smetto di respirare, mi guardo intorno, ma nessuno si è accorto di nulla, tutti continuano a parlottare e a bere e a scrivere e a leggere e a guardare sbalorditi quello che accade dieci piani più sotto. Respiro, guardo ancora una volta Bernardo Aurelio, lo stronzo, sorrido, mi alzo e mi allontano tranquillamente, anche se mi tremano un po' le gambe, e respiro come se stessi per terminare la riserva di ossigeno.

Attraverso Genova come in trance, vedo ma non registro veramente ciò che vedo, come una telecamera senza pellicola, vedo il corteo, il fumo acre e nauseabondo, i manganelli, lunghi, la polizia che carica il corteo, il corteo che esplode in mille direzioni differenti, come le schegge di una lampadina impazzita, una Fiat Uno rossa triste e solitaria che brucia lungo il marciapiede, un tipo che con una mazza se la prende con la vetrina di una banca, e uno esteticamente uguale a lui che applaude il suo gesto eroico, le manganellate che colpiscono una suora, ma questo mi sembra così assurdo che forse non è vero, forse mi sono sbagliato, forse. La suora è a terra e perde sangue dalla testa. Forse.

Entro nel piccolo trilocale con vista sul mare della Liguria, prendo una bottiglia di birra Corona dal frigo, la stappo, apro il mio computer portatile, lo accendo. Osservo per un intero e dilatato minuto lo schermo bianco della schermata di Word, e ricomincio finalmente a scrivere.

Roberto Saporito
di Donald Datti

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