Magazine Venerdì 6 dicembre 2002

Flusso (parte II)



Forse però il colpevole sono solo io, "solo", si fa in fretta a dire "solo". Forse non c'è colpevole, forse la "vena" creativa si è "solo" esaurita, come una vena aurifera, o diamantifera, o petrolifera. Forse, forse. E invece no, invece c'è un colpevole. Eh sì. Forse il colpevole ha un nome e un cognome, anzi sicuramente ce li ha: Bernardo Aurelio. Bernardo Aurelio, critico letterario televisivo, una nuova professione, una di quelle nate nella seconda metà del XX Secolo. Che poi chiamarlo critico letterario è una esagerazione: conduttore televisivo generalista riciclato alla cultura. Cultura, come se quella fatta in televisione fosse cultura. Comunque. Mi ha sputtanato a morte nella sua trasmissione del cazzo pseudoletteraria, mi ha sputtanato a morte in prima serata, di fronte a milioni di telespettatori, dei quali, uno, dei milioni, aveva acquistato i miei due romanzi, anche se forse, sono milioni diversi quelli che comprano libri e quelli che guardano la televisione. Ma solo forse. Ho fatto una tale figura da imbecille che sono rimasto come traumatizzato, o qualcosa del genere. Non mi sono più ripreso. Bernardo Aurelio, lo stronzo, oggi, non fa neanche più quel programma, la cultura non tira molto in televisione, ma quando mai ha tirato. Oggi vanno di moda quelli che cercano le persone scomparse, che se sono scomparse ci avranno i cazzi di loro buone ragioni, e quelli che risolvono casi irrisolti, meglio se ammazzamenti misteriosi, meglio se a sfondo sessuale, gli ammazzamenti. Lui è sempre un divo della televisione da prima serata. Io invece ho smesso di scrivere, di scrivere un libro del quale ho già incassato e speso il lauto anticipo. E forse è per questa ragione che sono qui, a Genova: perché lui, Bernardo Aurelio, lo stronzo, è qui, a Genova, per uno speciale della televisione sul G8. Perché lui, Bernardo Aurelio, lo stronzo, è qui, adesso, in questo preciso momento, a fare il suo lavoro, sperando che qui, a Genova, succeda chissà che cosa, una strage, magari, o qualcosa del genere, comunque qualcosa che faccia "audience".

L'ho visto, ieri, che prendeva l'aperitivo nel dehors di un caffè in compagnia di alcuni dei suoi simili. Lui non mi ha visto, ma è anche probabile che lui non si ricordi neanche chi sono io. E poi in tre anni io sono molto cambiato: mi sono trasformato da giovane scrittore trentasettenne "bel tenebroso" dai lunghi capelli neri, nerissimi, folti, luminosi, a triste quarantenne dai corti e spenti capelli (quei pochi superstiti) bianchi. Lui no, lui è rimasto identico, forse sembra pure più giovane, e bello, e abbronzato. E a lui, mentre sorseggia l'aperitivo, chiedono di firmare autografi, perfino qui, a Genova, mentre succede quel che succede, che poi io non la sto seguendo questa cosa del G8, non mi interessa, ho altri problemi io, anche se chi mi ospita è convinto che sia qui per scrivere una storia su quello che accadrà in questi giorni. Ma io non riesco più a scrivere: come devo dirlo.

Ieri passeggiavo per il centro di Genova, beh, per quella parte di centro dove si può ancora passeggiare, e mi sono bloccato di fronte a una vetrina di armi da taglio: coltelli di tutte le misure, dai piccoli Victorinox colorati ai complicati coltelli a serramanico degni di una gang del Bronx. Nella stessa vetrina c'erano anche enormi spadoni, lunghe sciabole giapponesi, e archi e balestre, queste ultime nere, tecnologiche, cattive, al limite estetico del mitra. Ne ho comprata una: piccola, maneggevole, perfetta, e a detta del gentile negoziante, micidiale, e a detta mia, bellissima e ammaliante come una Porsche. Nel piccolo trilocale del mio amico di Genova ho impugnato la balestra e mi sono sentito immediatamente diverso, mi sono sentito meglio, mi sono sentito come penso ci si senta impugnando una pistola: mi sono sentito "superiore", invincibile, pronto a tutto. L'ho caricata con la sua freccia, bella come una rosa nera, l'ho puntata verso il mare, e lì, sul piccolo terrazzo, ho sorriso come non sorridevo da tanto tempo. Tre anni? Forse. Tre anni, si. Proprio tre stupidissimi anni.

di Donald Datti

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