Magazine Venerdì 3 aprile 2015

Marco Aime: la famiglia naturale non esiste

Marco Aime

Magazine - Il valore culturale della differenza è stato uno dei temi portanti di Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente, che si è svolta nell'ultimo weekend di marzo ai Frigoriferi Milanesi. E di alterità hanno parlato a lungo l’antropologo e docente Marco Aime e il geografo Franco Farinelli nell'ambito di un dialogo intitolato Antropologia delle differenza e umane geografie.

Al termine dell'incontro, ho fatto qualche domanda a Aime, che ha da poco pubblicato Etnografia del Quotidiano, uno sguardo antropologico sull’Italia che cambia (Eleuthera, 192 pp., 15 euro). Dopo numerose ricerche sul campo in Africa, Asia e America Latina, Aime ha deciso di «riportare l’antropologia a casa» ovvero di occuparsi dell'esotico che sta vicino a noi.

Etnografia del quotidiano non è che il risultato di questo sguardo verso l'interno. Il volume indaga la società italiana attraverso diversi aspetti della vita pubblica, come la parata militare del 2 giugno, cuore della Festa della Repubblica, o i nuovi tribalismi che pongono l'accento sui legami naturali che uniscono le persone alla propria terra.

Materie di cui abbiamo discusso nel corso dell'intervista iniziata con una confidenza. All'Aime professore ho infatti ricordato un esame universitario per cui ho studiato il suo Gli uccelli della Solitudine, dedicato a Timbuctu. Un libro che mi ha fatto innamorare della sua materia.

Cosa spinge un antropologo, dopo essere tornato a casa da uno studio sul campo, a scrivere? In sostanza quali sono gli obiettivi, e le attese, della scrittura antropologica?

«Innanzi tutto è qualcosa di molto personale: un conto è una pubblicazione scientifica, dedicata all’Accademia o agli studenti, diverso è se si scrive per il grande pubblico. Io amo scrivere e ho cercato di fondere il più possibile questi due modelli nella narrazione. Senza dubbio si scrive per essere letti. Quello che ho sempre sperato è che dai risultati delle ricerche, si generino degli strumenti non tanto di analisi teorica, ma esempi che aiutino a rileggere meglio la nostra società».

Nel marzo del 2001 i Talebani hanno distrutto le statue dei Buddha nella valle di Bamiyan in Afghanistan. Nel libro lei ricorda come quelle immagini abbiano fatto il giro del mondo, suscitando un livello di indignazione superiore a quello per i morti civili. 14 anni dopo l’Occidente assiste con sgomento alla distruzione di alcuni monumenti in Iraq da parte dell'Isis. Sembra che le immagini di questi crimini abbiano un potere enorme. Come mai?

«Senza dubbio si è venuta a creare una dipendenza anche emotiva dai media che ci possono fare piangere o ridere a riprova che il messaggio è il mezzo. Ma non solo: la cultura dell’Unesco ha portato a concettualizzare l’arte come patrimonio universale, eludendone i caratteri storici e politici. In fondo le piramidi d’Egitto e gli stessi Buddha sono il prodotto politico di una società storicamente connotata. Il processo di universalizzazione, invece, li ha resi di tutti e, paradossalmente, ci sentiamo privati di qualcosa di nostro quando distruggono una statua, mentre invece facciamo ancora fatica a pensarci come umanità. Ci dovrebbe essere l’Unesco dell’Umanità».

Esistono davvero dei legami naturali? E nello specifico, si può parlare di un modello naturale di famiglia?

«Ai miei studenti dico sempre di diffidare dal termine naturale, si cadrebbe nell'errore di pensare che gli esseri umani e le loro culture sono legati unicamente a un clima e a un territorio. Ma, per fortuna, gli uomini e le donne non sono privi di scelta. Non possono scegliere dove nascere, ma possono scegliere come pensare le cose. E in questo senso, troppo spesso, si parte dal presupposto che esista in natura un modello di famiglia, ma in natura nessun gatto ha un cognato. La famiglia è una costruzione culturale. Esistono nuclei poligamici e monogamici, si possono discutere i termini dei vari modelli, ma non si può tacciarne uno per esclusivo e naturalmente giusto».

I movimenti che definisce Nuovi tribalismi sono un po' stati sottovalutati?

«Sicuramente. Bisogna dar loro atto di avere intercettato malesseri che di fatto esistevano, che poi sono stati incanalati in una feroce opposizione all'alterità. Nello stato si crede sempre meno, la nostra società è segnata - e a ragione - da una sempre maggiore sfiducia nella politica, e il localismo sembra garantire un controllo maggiore. Si approfitta del vuoto lasciato dalle grandi ideologie e in questo vuoto si gioca l'opzione etnica, ricorrendo al "noi siamo meglio", e diventa facile dare la colpa a chi è diverso. È più semplice trovare un nemico esterno piuttosto che pensare che i cattivi siamo noi».

di Federica Fiorini

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