Concerti Magazine Giovedì 5 dicembre 2002

I miracoli del Liga

Se in questo momento potessi entrare in contatto con gli oggetti e carpirne il pensiero, non avrei dubbi: vorrei parlare con una fila di poltroncine del Carlo Felice.
E chiedere loro se hanno temuto, come paventavo io, di finire scardinate sotto l’onda d’urto di un pubblico in delirio che, non potendo mettersi a saltare (sotto l’influenza psicologica del luogo) liberava attraverso gambe e tronco tutta la fisicità che le arrivava dal palco.
Su quel palco un certo Ligabue, che di solito riempe i palazzetti dello sport sottoponendoli con il suo pubblico a violente prove antisismiche, si stava concendendo una parentesi acustica, che tutto vuol dire tranne che noiosa o sonnolenta.

Ligabue si presenta sul palco accompagnato dalla sua band. Pellati alla batteria si adegua senza problemi alle esigenze di teatro, Righetti al basso, Previte al sax e alle chitarre con Poggipollini, Simoncioni alle tastiere. In più c’erano due ospiti di qualità: D. Rad alle elettroniche e Mauro Pagani (storico PFM e, tra le altre cose, produttore con De André di Creusa de Ma), che con flauto traverso, violino, bouzuki, mandolino e armonica meraviglia per capacità tecniche ed interpretative. La scenografia è semplice e concreta: tappeti, sedie impagliate, una struttura a traliccio a cui convergono striscie di tela bianca su cui sono proiettate le luci, parsimoniose e pacate.
Lo spettacolo è diviso in due tempi, più il classico rientro finale. In scaletta brani più o meno famosi, alcuni riarrangiati per l’occasione: è il caso di Sarà Un Bel Souvenir, Camera Con Vista Sul Deserto, Dove Fermano i Treni, Non Fai Più Male, Angelo della Nebbia, Il Giorno Di Dolore Che Uno Ha
. Non mancano nemmeno per ovvi motivi i quattro singoli dell’ultimo album: Questa è La Mia Vita, Tutti Vogliono Viaggiare In Prima,Eri Bellissima, Ti Sento. E nemmeno, nel finale,Leggero e Urlando Contro Il Cielo, invocata a gran voce dal pubblico. Ligabue trova lo spazio per inserire anche Fiume Sand Creek di De André presentata proprio al Carlo Felice in occasione del grande concerto in memoria di qualche anno fa e accolta dal pubblico con grande entusiasmo.

Gran Maestro di scena Ligabue suona, canta e fa cantare. Approfittando della buona acustica, inoltre, parla e soprattutto legge: le terribili statistiche della fame, della guerra, delle spese per armi nel mondo, dei danni delle mine. Cifre di cui poi “farete quello che volete”. Il compito è quello di trasmettere, non di suggerire interpretazioni.
«Ma quanti 11 settembre dimenticati ci sono tutti i giorni?» si chiede. Cita Bukowski, «grandissimo sborone»: lo scrive su un pezzo di carta che strappa. Il rumore dello strappo, catturato dal microfono, va in loop ad accompagnare il brano successivo. Roba da teatro.

Senz’altro uno spettacolo costruito con cura e precisione, magari con un pizzico di furbizia; ma perchè no? La musica ti mette in vibrazione lo stomaco e le ossa senza costringersi attraverso lo stretto varco delle orecchie. In settima fila si torna a casa senza i consueti fischi che in altre occasioni, per altro, fanno parte dello spettacolo e te li aspetti quando compri il biglietto.
Pubblico attento e disciplinato: ascolta con cura, si emoziona per le prodezze di Pagani e risponde con precisione alle mossette di Ligabue, che pure da seduto riesce con un’allargata di braccia o una testa reclinata a far andare in delirio ragazzini ormai un po’ troppo cresciuti.
In platea età media molto alta, immagino sia per il prezzo (35-40 € più prevendita) che per l’ambiente. Davanti a me una signora sui sessanta, con foulard multicolore e ventaglio da opera. Ma che ci fa qui? Poi lo stupore: durante Piccola Stella Senza Cielo sventaglia a tempo con la batteria. Miracolo di un Liga.




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