Magazine Domenica 29 marzo 2015

Maurizio De Giovanni: «la lettura? Una fabbrica di fantasia»

Maurizio De Giovanni

Magazine - Avevo cinque anni quando le scosse del terremoto dell’Irpinia entrarono anche nella nostra casa di via Ferrarecce, a Caserta, pochi minuti dopo le 19.30 di domenica 23 novembre 1980. Una data che scosse immobili e persone, per sempre. Così quando a febbraio vidi in una libreria di Palermo quel piccolo libro intitolato Una lunga notte con in copertina l’immagine di una casa danneggiata, lo presi d’istinto e fu la prima cosa che lessi di Maurizio De Giovanni. Un avvincente racconto breve, ambientato a Napoli proprio durante quella notte, che svela il carattere della città tra gente veloce e che si industria per trasformare una tragedia in occasione, ma anche di gente che sa ricordare, di cuore.

Quasi un mese dopo incontro lo scrittore e la compagna Paola Egiziano, sua preziosa collaboratrice, in una libreria di Parigi in occasione della promozione dell’edizione francese dei Bastardi di Pizzofalcone. Ed è una rivelazione tant’è che ne uscirò con tre libri, con la certezza di presto leggere anche gli altri (che sono molti, De Giovanni è estremamente veloce e prolifico). A partire dalla sua storia, di come diventò scrittore.

Lui, funzionario di banca, appassionato della lettura, ma che fino a 47 anni non aveva scritto una sola parola. Un giorno del 2005 dei colleghi per canzonarlo, dato che girava sempre con un libro in mano, lo iscrivono a un concorso per giallisti esordienti. Per non dare loro soddisfazione decide di partecipare e per evitare brutte figure di non scrivere nulla. Il luogo del concorso era lo storico caffè Gambrinus di Napoli, si siede vicino a una finestra aspettando di andar via quando, dalla parte opposta del vetro, incrocia gli occhi di una zingarella che gli fa una boccaccia. Si volta sperando che nessuno lo abbia visto e magari pensato che avesse insidiato la bambina, ma erano tutti impegnati a battere veloci il loro racconto al computer. E in quel momento gli viene l’ispirazione. Scrive un racconto di un uomo che guarda qualcosa che gli altri non vedono.

Era nato il commissario Ricciardi. L’ambientazione negli anni trenta merito dello stile liberty del Gambrinus e un giallo perché quello era il tema del concorso.

Il giorno successivo riceve una email che lo informa di aver vinto e di presentarsi alla tappa successiva a Firenze, alla quale va senza alcuna pressione, rassicurato dalla moglie che gli dice tanto non vincerai mai. Invece il successo continua e il presidente della giuria gli chiede se ha già un romanzo pronto. Certo è l’immediata risposta di De Giovanni che prende le ferie e scrive cosi il suo primo romanzo, Il senso del dolore, in 15 giorni.

Il seguito è lo straordinario percorso di un dirigente di filiale di banca diventato scrittore e arrivato in pochi anni a scrivere, oltre a molteplici racconti, 12 romanzi, primi in classifica e tradotti in varie lingue. «Un buon romanzo è come un divano», spiega De Giovanni: «la trama è la struttura in legno, che non deve essere troppo evidente per essere confortevole, i cuscini sono i personaggi, avvolgenti ma non troppo morbidi né duri, la scrittura e l’ambientazione devono convincerti a sederti sul quel divano. L’equilibrio delle tre parti è fondamentale: la scrittura è uno strumento, serve a raccontare, non deve predominare sulla storia».

La compagna, che non ha lasciato il lavoro in quella stessa banca dove si sono conosciuti l’anno in cui lui divenne scrittore («Lei resiste alla tentazione», dice De Giovanni, «anche se io ci provo a convincerla perché avremmo tantissime cose da fare»), aggiunge qualche aneddoto. Racconta di come sia disciplinato nello scrivere 8 ore al giorno, tra l’improbabile suoneria del cellulare della cameriera bulgara, il rumore dei figli, degli amici e del cane (ma «io nella mia testa me ne vado», precisa lui: «scrivo in immersione») e svela il nome del prossimo Ricciardi, Anime di vetro.

Lo incontro allo stand del suo editore francese, Fleuve Editions, al Salone del Libro di Parigi ed è l’occasione per porgli alcune domande.

In un tweet all’apertura dell’edizione 2015, il Salone del Libro di Parigi ricorda che il 60% degli italiani non ha letto nemmeno un libro nel 2014. Vede un rischio nella qualità dei libri? E come aiutare la gente ad avvicinarsi alla lettura?
«Non faccio un problema di qualità del libro letto. Non sono del parere che un libro vada preferito a un altro, io credo proprio al valore della lettura in sé come fabbrica di immaginazione e fantasia. Come avvicinare gli italiani alla lettura? Magari ci fosse una ricetta. Io credo avvicinando la scrittura al desiderio popolare di storie, scrivendo quello che la gente trova nei film o nelle serie televisive».

Pochi lettori, ma una florida e multiforme letteratura noir italiana.
«In Italia - al contrario delle altre nazioni d’Europa in cui gli scrittori sono molti simili gli uni dagli altri per il clima univoco a cui fanno riferimento - la molteplicità di scrittori di letteratura nera varia perché raccontiamo le città e le città sono una diversa dall’altra».

Il caso della piccola editoria e il fenomeno dell’editoria a pagamento: cosa ne pensa?
«Ci sono a Napoli delle piccole realtà editoriali, come Cento Autori, che non pubblicano a pagamento e vanno sostenute. Pubblicare a pagamento, prendendo soldi dagli autori, è un’attività comoda ma orribile. Sugli scaffali delle librerie arrivano i libri proposti senza un’adeguata selezione alla base, quindi pubblicare a pagamento è una truffa nei confronti dei lettori, non degli autori. Una quota della mia produzione la riservo al sostegno di questi piccoli editori che non riescono a fare investimenti e crescere sufficientemente (i grandi autori costano e il piccolo editore non se lo può permettere) riflettendo il periodo di crisi economica».

Da scrittore si scontra con la pressione dei tempi di consegna?
«Io non ho mai avuto il problema della pagina bianca. Il mio problema è non avere il tempo di scrivere le cose che vorrei raccontare, di cui devo fare una selezione molto forte».

Il commissario Ricciardi sarà presto una serie tv su RaiUno, con Alessandro Gassman nel ruolo di Lojacopo. Spera in un effetto su Napoli come avvenuto per la Sicilia orientale con la serie Montalbano di Camilleri?
«Io scrivo romanzi criminali quindi non vorrei essere un veicolo di notorietà per la mia città. Mi piacerebbe che la bellezza, la storia e la cultura di Napoli possano essere raccontate in tanti modi e che il lettore possa capire con precisione che ognuno di noi ha il suo modo di raccontare la città, che non sono in contrasto l’uno con l'altro, ma che sono un completamento del racconto della città».

Il resto della settimana, l’ultimo suo romanzo. È lei il Professore?
«In parte sì, ma io credo di essere più dall’altra parte, in tutti coloro che per un motivo o per l'altro hanno momenti della loro vita legati al calcio. Devo dire che non mi sono mai divertito tanto quanto scrivendo questo libro e credo che per molti versi sia la mia cosa migliore».

Penso che De Giovanni ripeta queste stesse parole - del non essersi mai divertito tanto - al termine di ogni suo lavoro, sia esso narrativo o teatrale, con una passione che emerge chiara dai suoi occhi e voce, la stessa che i lettori ritrovano nelle sue pagine. Ed è forse questa, banalmente, la chiave del suo successo.

Roberta Gregori (@robegregori)

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