Magazine Mercoledì 25 marzo 2015

A occhi aperti. Quando la storia è catturata in uno scatto

© Alex_Webb_Magnum_Photos
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Magazine - Mario Calabresi, oltre a essere scrittore e giornalista, è un grande appassionato di fotografia. Nel suo libro A occhi aperti (pubblicato da Contrasto e diventato anche una mostra, in corso fino al 10 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma) intervista dieci tra i fotografi contemporanei più noti.
Il racconto non si limita agli aspetti di cronaca del fotogiornalismo, ma indaga il lato più intimo dei fotografi spiegando come siano arrivati a catturare la Storia in una foto.

L’accettazione del rischio e il sacrificio di Steve McCurry per ottenere foto come quelle per il National Geographic Magazine durante la stagione del monsone nel 1983, dove entrò nelle acque sporche piene di rifiuti e animali morti, che gli valsero contemporaneamente quattro World Press Photo. Il senso di cronaca di Josef Koudelka che durante la repressione della Primavera di Praga fotografava «per me stesso e per la memoria, non per un giornale», e di Paolo Pellegrin, che si sente «un catalogatore. Al di là del linguaggio e dell’estetica sento la necessità di creare documenti di quello che accade», dalle guerre, al tsunami in Indonesia e ai terremoti di Haiti e in Giappone.

L’occhio attento di Elliott Erwitt nel testimoniare le tensioni razziali in America anche se probabilmente gli scatti più popolari rimangono quelli dei cani che saltano e del bacio nello specchietto dell’auto. La pazienza di Paul Fusco, che ha aspettato trent’anni prima di riuscire a vedere pubblicate le sue foto del Funeral Train di Bob Kennedy nel 1968. «Non buttare via niente - ricorda - tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quarant’anni».

La fotografia come salvezza come per Don McCullin che lo ha portato lontano dal pericoloso quartiere londinese di Finsbury Park della sua infanzia e da un destino probabilmente segnato. McCullin ha fotografato le guerre a Cipro, in Libano, in Vietnam, nell’Irlanda del nord, nel Biafra senza mai dimenticare il suo paese «sono sempre tornato a casa perché l’identità è fondamentale: non ho mai voluto perdere di vista ciò che sono, ciò che sono stato e ciò per cui vivo».

La magia della fotografia perché, come riporta Alex Webb, grande fotografo del dramma dell’immigrazione nel confine Messico e Stati Uniti, «solitamente quando la foto ha successo è perché è accaduto qualcosa di completamente inaspettato». E ancora Abbas, testimone della rivoluzione iraniana da lui ribattezzata la «rivoluzione confiscata» dai religiosi, «non penso più di essere un fotogiornalista, ma mi piace pensare di essere una persona che scrive con la luce, rifacendomi al significato greco del termine: foto-grafia».

Senza dimenticare Gabriele Basilico, recentemente scomparso, maestro degli spazi architettonici e tra i primi a testimoniare la trasformazione degli spazi urbani. Per terminare con Sebastião Salgado che nel 1973 lascia il suo lavoro di economista a Londra per cominciare a viaggiare in Africa come fotografo. «Non sono stato spinto - dice - dalla voglia di fare foto belle o di diventare famoso ma da un senso di responsabilità: io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita».

Le parole di Salgado ci lasciano con un messaggio di speranza. «Noi siamo concentrati nelle città, nelle frustrazioni, persi nella burocrazia e nelle vite complicate, tolleriamo l’inquinamento degli oceani, la povertà e la distruzione delle foreste. Ma non ho perso la speranza perché la cosa che ci ha reso superiori fino a ora non e la tecnologia ma l’istinto, non è la burocrazia ma la spiritualità, c’è qualcosa di più grande dentro noi».

Roberta Gregori (@robegregori)

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