Magazine Giovedì 14 novembre 2002

Ivan tornato dal deserto (parte II)



“Ma dove sto andando?” mi sono detto scaricando la cassa di birra comprata insieme ad uno Stetson nero in un drugstore.
“Bella domanda” mi sono risposto aprendo la prima birra.
Finita la prima birra mi sono osservato in uno specchio a grandezza umana e dentro c’era una brutta copia di Ivan tornato dal deserto. Be’ lui era un vero entusiasta del deserto, mi faceva una testa così con i suoi libri di Cormac McCarthy e di Sam Shepard, e con la musica dei Thin White Rope e dei Giant Sand. Eravamo entrambi iscritti a Scienze Politiche. Mio padre era convinto fossi iscritto a Giurisprudenza, e lo è stato fino alla morte di Ivan.
Mi alzo dal letto, trattengo un conato di vomito, respiro profondamente, ma non serve a nulla, corro in bagno e vomito nel lavandino. Mi siedo sul bordo della vasca, respiro profondamente e corro nuovamente al lavandino a vomitare. Sono stanco.
Quando è morto Ivan qualcosa dentro di me si è rotto. Ho smesso di leggere libri, di ascoltare musica. Sono passato a Giurisprudenza. Mi sono laureato. Ho cominciato a fare l’avvocato, a frequentare l’ambiente forense come se fossi uno zombie, come se la vita non mi riguardasse più. Ho cominciato a fare cose che non avevo mai fatto: andare a sciare, andare in discoteche esclusive, andare in vacanza in paesi esotici, frequentare ragazze vuote come i miei nuovi amici. Ho smesso di leggere, di andare al cinema, di viaggiare per il gusto di farlo, la curiosità. Ho smesso di pensare alla vita e mi sono lasciato vivere spinto come un carrello della spesa. Un carrello vuoto.
Ivan era partito da solo per gli U.S.A. Dopo un mese nel deserto è tornato, ma era cambiato, è difficile da spiegare, era cambiato, tutto lì. Quando gli chiedevo di raccontarmi del suo soggiorno nel deserto cambiava discorso, indossava una maschera enigmatica. Lo vedevo sempre meno: aveva sempre qualcosa da fare, cosa non lo so. Dopo un mese che era tornato l’hanno trovato impiccato nei cessi dell’università, vestito com’era tornato dal deserto: vestito di cotone nero, camicia grigia, stivali neri di armadillo, barba lunga.
L’unica cosa che so è che era stato da qualche parte tra il confine americano e quello messicano, giusto perché diceva di aver visto i luoghi dei romanzi di Cormac McCarthy. Ho cominciato a leggere Cormac McCarthy.
Sono solo, nel deserto. Mi guardo intorno ma non c’è nulla per chilometri. Solo terra chiara, arbusti, sabbia. Silenzio, tanto silenzio. Solitudine. Ecco, la solitudine è la cosa che provo con più forza. Poi qualcosa di scuro, di indefinito, sfuocato, si muove lontano verso di me. Il tempo di sbattere gli occhi e questo qualcosa è di fronte a me: è Ivan. Indossa l’abito nero, la camicia grigia, gli stivali neri di armadillo. Io sono vestito alla stessa maniera. Ha lo Stetson in testa. Il volto all’ombra delle larghe tese del cappello. Anch’io ho uno Stetson uguale. Dalla tasca della giacca fa capolino la copertina di un libro di Cormac McCarthy. Mi avvicino ma non riesco a vedergli il viso. Muovo la bocca per dire qualcosa ma non esce nessun suono. Oltre al sonoro qualcuno ha eliminato anche il colore. Ma esistono sogni a colori? Ma sono sogni quelli che ricordiamo o solo ricordi mal ricordati, deformati, idealizzati, mal digeriti? Mi avvicino ancora e cado dal letto svegliandomi. Qualcuno bussa alla porta della stanza del motel. Io rimango a terra immobile, respirando il meno possibile. Si apre la porta e una ragazza dai lineamenti messicani entra titubante. Quando mi vede a terra sorride come può sorridere una pietra e dice “pensavo non ci fosse nessuno”. Sorrido come può sorridere uno che ha bevuto troppa birra. Lei si volta, esce e si chiude la porta alle spalle. Rimango a terra, chiudo gli occhi, ma Ivan è ormai sparito. Fantasma del ricordo.
Fuori non è più notte, c’è il deserto, e da qualche parte Ivan ha vissuto per un mese, e chissà cosa è successo, e chissà se è successo qualcosa.

Roberto Saportio
di Donald Datti

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