Magazine Giovedì 14 novembre 2002

Ivan tornato dal deserto

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962. Nel 1996 ha pubblicato il libro Harley-Davidson racconti (Stampa Alternativa): 20.000 copie vendute, un piccolo libro di culto.
Nel 1998 ha pubblicato il libro di racconti H-D/Harley Davidson, deserti e moderni vampiri, sempre per Stampa Alternativa. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste: Fernandel, Addictions, Kult, Il Foglio Letterario...
Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo: Anche i lupi mannari fanno surf per Robin Edizioni.



“…Il più sicuro indizio della mia mancanza di libertà è il mio timore di vivere…”
Stig Dagerman

“…Il suicidio è l’unica prova della libertà umana…” Stig Dagerman


Adesso sono qui ma non sono assolutamente sicuro di aver fatto la cosa esatta, non sono sicuro di essere ciò che sembro, che poi che cosa sembro non lo so proprio, più che altro non sembro più quello che ero prima, o che sembravo prima. Sono un po’ confuso, ma è normale, ne ho bevuta proprio tanta di birra, ma non è neanche la birra: è quello che ho fatto, nient’altro. Ma cos'è che ho fatto esattamente?
È notte, non so bene dove sono. Sicuramente in un motel, sicuramente negli USA, sicuramente non lontano da Las Vegas, sicuramente nel deserto, sicuramente in un posto dove i miei compagni di viaggio, o meglio ex-compagni, non metterebbero mai piede.
Io sono quello che sono e non mi è mai piaciuto essere ciò che sono. Che cosa sono? Un giovane avvocato in carriera, figlio di avvocati, nipote di avvocati, amico di avvocati. No, quest’ultima cosa non è esatta: io non ho amici, e tanto meno tra gli avvocati. L’unico vero amico che avevo è morto, e la sua morte si è portata dietro tutta la mia voglia di amici. Tutta, senza appello.
Fare l’avvocato è il mio destino, almeno questo è quello che mi hanno sempre detto tutti, dai parenti stretti ai presunti amicinonamici che frequento da un po’ di tempo, ad occhio e croce da quando è morto Ivan: morto lui, morto il mio io precedente, ma forse era solo ferito, chissà.
Chissà se i miei due compagni di viaggio, o ex-compagni, mi staranno cercando: poco probabile, poco interessante. Mario, figlio del socio dello studio di mio padre, avvocato nato, trent’anni ed è come se ne avesse cinquanta da sempre, e Valerio, giovane associato dello studio di mio padre, un vero talento a detta di mio padre. Siamo partiti insieme, siamo atterrati a Los Angeles, siamo stati due giorni a Los Angeles: mi hanno trascinato a visitare gli studios, a spendere soldi nelle boutiques più esclusive. Poi abbiamo preso un aereo e siamo venuti a Las Vegas. Dopo aver girovagato per ore da un casinò all’altro, Mario e Valerio hanno assoldato due prostitute da mille dollari a botta, proponendomene una anche a me, ma vista la mia faccia tra il disgustato e l’incredulo e il perplesso, mi hanno mollato al bar del casinò a bere. Io ho terminato il mio margarita con calma, sono uscito dal casinò, sono entrato in un negozio di abiti usati non distante e ho acquistato un vecchio abito nero di cotone, composto di giacca a tre bottoni e pantaloni stretti alle caviglie, una camicia grigia morbida e vissuta, un paio di stivali di armadillo neri. Mi sono spogliato lì, nel negozio, della mia Lacoste azzurra, dei miei pantaloni blu di lino, delle mie Superga blu. Ho comprato una vecchia Chevrolette nera convertibile e sono partito, senza neanche passare in albergo: per prendere cosa d'altronde, Lacoste dai colori tenui, pantaloni dai colori pastello, il rasoio elettrico?
Ho puntato il muso della Chevrolette verso il deserto, ma appena fuori Las Vegas, mi sono fermato e ho preso una stanza in questo motel di infima categoria in mezzo al deserto.

di Donald Datti

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