Magazine Mercoledì 14 gennaio 2015

Quando tutto sarà finito. La banalità del male di Audrey Magee

© Vicki DeLoach / Flickr.com

Magazine - Nel suo primo libro, che la critica britannica ha definito un violento ma elegante viaggio verso l’inferno e ritorno, la giornalista irlandese Audrey Magee affronta, con una trama romanzata, un’accurata e sofferta ricostruzione di un evento storico molto controbattuto, la battaglia di Stalingrado.
Con un nuovo e diretto modo di raccontare - per intere pagine l’autrice usa solo il dialogo - e con straordinaria ma impietosa bravura ci presenta i suoi protagonisti: Peter e Katharina e gli altri personaggi del suo Quando tutto sarà finito (Bollati Boringhieri, 2015, 320 pp, 18 Eu), evitando di commentare i fatti, di descrivere luoghi ed eventi al di là del loro vissuto.

Nell'autunno del 1941, Peter Faber, un giovane soldato semplice tedesco, un maestro elementare nella vita, arriva a Berlino per conoscere sua moglie, Katharina Spiller che ha sposato in fotografia mentre era di servizio a Kiev, sul fronte Russo. Il loro è uno dei tanti matrimoni combinati sulla carta che garantisce a lui tre settimane di congedo per luna di miele e a lei, una ragazza sola in una città senza uomini, un marito e una pensione se non dovesse mai tornare dalla guerra.

Il primo incontro tra i due sposi non è facile. Peter che è arrivato direttamente dal fronte puzza, si è portato dietro lo sporco di settimane, è pieno di pidocchi, tanto che Katharina e i genitori sono disgustati. Ciò nonostante, inaspettatamente nasce prima tra loro complicità e poi amore tanto che, al momento della separazione, si scambiano promesse di fedeltà e di un futuro insieme. Il ricordo di quei giorni passati con Katharina, il figlio nato dal loro legame e il sogno di una vita con lei al ritorno in patria, saranno le sole cose che permetteranno a Peter di sopportare e superare la terribile marcia nella neve verso Stalingrado e la sanguinosa ultima battaglia con i compagni che cadono uno dopo l’altro intorno a lui, ripetendosi sempre: devi resistere fino a quando tutto sarà finito.

Anche Katharina, rimasta a Berlino, sogna un nuova vita con Peter e il loro bambino quando tutto sarà finito e soprattutto spera di poter sfuggire ai dictat del padre, convinto seguace della dottrina nazista. Peter e Katharina, continueranno fino alla fine a illudersi, a sperare e a scriversi promesse. Ma dopo la spaventosa tragedia della guerra non ci sarà pietà per i sopravvissuti e per i fragili sentimenti di una nazione inesorabilmente sconfitta.

Uno scarno percorso narrativo che solo di rado ci spiega quello che i suoi personaggi stanno pensando e si rivela un metodo molto efficace per trasmettere anche come la storia si nasconda spesso in aree di relativismo morale. E il padre di Katharina è il personaggio che più di tutti rappresenta una certa Germania di allora, quella della banalità del male, con la gente che riteneva legittimo impadronirsi delle case degli ebrei deportati, stanare i fuggiaschi, continuare a brindare alla vittoria e godere dei privilegi del regime anche quando la realtà annunciava la sconfitta.
Katharina vive bene, tranquilla, e frequenta senza rimorsi i membri del partito, mentre i suoi vecchi vicini muoiono di fame e Peter e i suoi uomini, torturano e uccidono gli abitanti dei poveri villaggi russi per aver cercato di nasconder loro il cibo.

Coinvolgente e ben scritto, Quando tutto sarà finito riesce a fare quello che solo i buoni romanzi storici sanno fare: riportare il passato al presente. La propaganda nazista era un sottile veleno che avvelenava tutti. Le voci fuori dal coro venivano implacabilmente schiacciate. Ma cosa pensava e sapeva in realtà la maggior parte dei tedeschi, e non necessariamente i più cattivi, mentre Hitler portava il nazismo a combattere contro il resto del mondo?

di Patrizia Debicke van der Noot

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