Magazine Lunedì 22 dicembre 2014

Bastogne, 70 anni fa il Natale di fuoco da non dimenticare

Postazione americana a Bastogne
© history.army.mil

Magazine - 1944, sono passati 70 anni da un Natale che non si può e non si deve dimenticare, perché il 24 e il 25 dicembre del 1944 a Bastogne con la Battle of Bulge si faceva la storia.
Dopo lo sbarco in Normandia a giugno e la penetrazione militare in Francia, Belgio e Lussemburgo, il fronte tre gli alleati e i nazisti si estendeva su una linea che tagliava in due l’Olanda e correva lungo la frontiera tedesca fino alla Svizzera.

Le decisioni del comando alleato miravano a impadronirsi a nord delle dighe della Roer, mentre a sud il generale Patton era pronto a lanciare un’offensiva su Francoforte. Situazioni e scelte di attacco che obbligarono a prelevare uomini e mezzi dalla 1a armata americana a guardia dei 120 Km di fronte nelle Ardenne. Questa pericolosa debolezza tattica alleata spinse Hitler a ordinare la più grande controffensiva della II Guerra Mondiale.

Chi ricorda certe vignette con la Germania raffigurata come una pantera con la faccia di Hitler con una scimmia appollaiata sulla spalle con la faccia di Mussolini?
Beh, nel dicembre del 1944 la pantera Hitler si rivoltò come una belva ferita e, convinto di poter ribaltare le sorti della guerra, dopo aver richiamato in gran segreto truppe e mezzi dal fronte orientale, ordinò il via all’operazione von Rundstedt, un attacco lampo nelle Ardenne. Attacco che avrebbe dovuto, secondo i suoi intenti, sfondare le deboli linee nemiche in una zona ricca di foreste e mal collegata, tagliare a metà le truppe alleate, raggiungere la Mosa e proseguire vittorioso verso nord.

La mattina del 16 dicembre 1944, tre armate tedesche (più di 250.000 soldati) sferrarono l’offensiva nelle Ardenne, dando inizio alla più spaventosa battaglia della II Guerra Mondiale.
L'offensiva era appoggiata da circa 1.000 carri armati pesanti Tigre, PZ. IV-J, Pantera e Tigre Reale (di tipo recentissimo e superiore a tutti gli altri esistenti a quel tempo). L'attacco era condotto su tre direttrici, lungo un fronte ampio circa 100 km.

Come i metereologi nazisti avevano previsto, per ben cinque giorni il tempo rimase pessimo, cosa che azzerò l' enorme superiorità degli Alleati nei cieli e amplificò l'effetto sorpresa. Ma la brutalità delle truppe corazzate SS del colonnello Peiper, tese a seminare il panico e che uccisero senza pietà civili e prigionieri, scatenò una disperata reazione. Per arginare l’avanzata tedesca civili e unità a terra combatterono all’ultimo sangue, mantenendo le posizioni metro per metro e il terreno boscoso, con i suoi ostacoli naturali che offrivano mille nascondigli e la neve caduta copiosa, si rivelarono un atout. La 106° divisione americana fu quasi completamente annientata, ma pur sconfitta con la sua valorosa difesa consentì al comando statunitense di guadagnare tempo.

Però la contorta mente di Hitler aveva studiato anche un altro piano, nome in codice: Operazione Greif, che peggiorò il caos nelle fila americane. Un corpo scelto di uomini che parlavano l'inglese, con addosso divise americane o britanniche, a bordo di jeep e carri armati catturati agli alleati, doveva infiltrarsi nelle linee nemiche, con lo scopo di interrompere le comunicazioni e arrivare a presidiare i ponti sulla Mosa.

Il gruppo scelto era comandato da Otto Skorzeny, un ufficiale delle SS, ben noto agli italiani, per aver liberato nel 1943 Mussolini dalla sua prigione nel Gran Sasso. Per fortuna uno degli infiltrati si fece pescare stupidamente e confessò. Il gruppo fu sgominato presto, ma non abbastanza da non scatenare l’allarme: per giorni soldati e ufficiali americani furono costretti a farsi riconoscere, dando risposte esatte a domande sulla capitale del loro Stato o magari sui nomi delle squadre di base-ball.

Mentre le due armate tedesche più a nord venivano rallentate da maggiori ostacoli del previsto, la terza, la 5a Panzerarmee della Wehrmacht comandata dal generale Hasso von Manteuffel, attaccava la 28° divisione di fanteria lungo la linea del fiume Our, conquistava Marnach, il 17 dicembre attraversava la Clerf, occupava Clervaux, e a sud proseguiva con poca resistenza fino a Wiltz. Il 18 e 19 dicembre ingaggiava battaglia prima a Allenborn, poi a Longvilly e infine a Noville in durissimi scontri che costarono agli americani oltre 300 carri armati, rallentando di poco l’avanzata tedesca. Nonostante questi successi il generale Manteuffel, che temeva giustamente la reazione nemica, continuava a spingere per accelerare la marcia verso la Mosa senza impantanarsi contro sacche di difesa americane e lasciò ai granatieri il compito di conquistare Bastogne.

Il 18 dicembre a rafforzare la difesa della città, ormai coperta solo dalla 10a divisione corazzata, arrivò Anthony C. McAuliffe, brigadiere generale d'artiglieria, comandante in seconda, della 101ª Divisione aviotrasportata, un corpo d'elite di paracadutisti che proveniva da Mourmelon-le Grand (regione Champagne Ardenne) McAuliffe e i suoi si erano imbarcati in fretta e furia su camion dell’esercito con scarse munizioni, quelle che avevano salvato dalla campagna in Olanda - a Mourmelon non c’erano depositi dove rifornirsi -, senza vestiario invernale (nessun cappotto imbottito, né stivali da neve, calze pesanti, guanti o altro equipaggiamento), e insufficienti razioni alimentari. Però McAuliffe, sapeva bene cosa fare e dove, quando e come piazzare i pochi pezzi a disposizione. Dislocò i suoi reparti in modo da garantire loro la massima mobilità, distribuendoli su tutto il perimetro, aumentò la potenza d'urto delle sue forze d'artiglieria spostandole celermente, e organizzò un efficace fuoco di sbarramento, per fermare i tedeschi.

Ma, malgrado che riuscissero a mantenere la posizione, la tenaglia nazista si stava richiudendo su di loro. Ormai erano praticamente circondati e, con cielo coperto da giorni che impediva i rifornimenti per via aerea, stavano arrivando alla fine delle riserve e delle munizioni. Tanto che il 22 dicembre il brigadiere generale McAuliffe passò ordine di sparare solo a colpo sicuro.

Il generale Heinrich Freiherr von Lüttwitz che comandava le forze tedesche, rendendosi conto della situazione, mandò un messaggero per chiedere la resa.
Ma la risposta di Anthony C. McAuliffe fu solo: NUTS!
(Risposta passata alla storia e di cui non avrete certo bisogna che vi traduca il significato).

Von Lüttwitz, furibondo, fece bombardare Bastogne per tutta la notte. Il 23 dicembre per fortuna il tempo migliorò e una schiarita permise a 241 C-47 Dakota di paracadutare rifornimenti in città per più di quattro ore. E ai caccia americani di bersagliare le postazioni tedesche. Intanto, da sud, stava per arrivare la 4a divisione corazzata del generale Gaffey, autorizzata dal generale Patton.

Il 24 dicembre i rifornimenti continuarono e i soldati americani e i civili belgi festeggiarono la vigilia con canti e ascoltando la radio, il cappellano militare disse la messa e qualcuno adornò persino un alberello di Natale.

Ma con i rinforzi americani che si avvicinavano da sud, al generale Von Lüttwitz non restava che attaccare. La notte del 25 dicembre 1944 alle 2,45, i cannoni cominciarono a sparare, alle 3,30 si mossero i carri armati, cercando di penetrare nel perimetro difensivo della città, ma gli americani li respinsero. Il giorno dopo, il 26, i tedeschi riprovarono ma senza successo e finalmente alle 16,45, a bordo del primo mezzo della 4a divisione corazzata, entrava a Bastogne il generale Maxell D. Taylor, comandante effettivo della 101a Divisione Aereotrasportata e il suo vice, il brigadiere generale McAuliffe gli passava il comando. L’accerchiamento era finito.
L'epilogo per il Terzo Reich era ormai questione di pochi mesi.

P.S. Sono lussemburghese e vivo a Clervaux. Nel 2004 durante dei lavori di rifacimento della mia casa, che fa parte del centro storico della città, ho scoperto il grave danno causato in cucina da un colpo della artiglieria tedesca. E nel sistemare i terrazzamenti del giardino gli operai hanno ritrovato ossa umane. Nel gelido dicembre del 1944 la neve, caduta per settimane e rimasta intonsa fino a fine gennaio aveva nascosto e seppellito ogni cosa.

di Patrizia Debicke van der Noot

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