Magazine Venerdì 5 dicembre 2014

Franz Schätzing alle prese con Sharon: «Darth Vader del Medioriente»

Frank Schätzing
© Paul Schmitz 2014

Magazine - Con Il Diavolo nella cattedrale ha vinto il premio Bancarella nel 2007. In Germania aveva fatto furore ancor prima con Il quinto giorno, un romanzo fantascientifico in cui ipotizzava una specie di rivolta del mare contro l’uomo.
È Frank Schätzing, vive a Colonia, e sembra più un cantante rock che uno scrittore affermato. In Germania – dove ha fondato un’agenzia pubblicitaria (INTEVI) e l’etichetta musicale Sounds Fiction – è una superstar.

È da poco uscito il suo ultimo e giganteggiante libro, Breaking News (Edizioni Nord, 1022 pp., 22 Eur), con protagonista il giornalista Tom Hagen che cerca di riscattare la propria vita e la propria carriera.
Tom ha causato la morte di alcune persone nel 2008 in Afghanistan, quando pensava di ottenere lo scoop della sua vita ma ha fallito. Nel 2011 riceve un dossier segreto che gli potrebbe consentire un altro scoop sensazionale: dimostrare che Ariel Sharon è stato ucciso e non è morto di quel coma in cui tutti lo abbiamo visto ricadere.
È un romanzo che offre una chiave nuova su Israele ed i suoi Servizi Segreti.

Ariel Sharon è praticamente il coprotagonista del suo romanzo. È considerato un assassino dai Palestinesi: hanno cercato più volte di trascinarlo davanti a un Tribunale Penale Militare senza riuscirci.

Schätzing, non pensa di avere scritto un’agiografia di Sharon e, nel caso, non ha qualche rimpianto per avere scelto un personaggio così a tinte forti?
«Assolutamente no. Sharon resta il nucleo dell’intera storia. Tutto è cominciato con lui qualche anno fa quando ebbi modo di intrattenere una conversazione con alcuni amici a proposito del conflitto in Medioriente e su chi sarebbe stato in grado di mettersi ancora alle prese con questa crisi. Io dissi che l’ultimo uomo avrebbe potuto essere Ariel Sharon. È possibile che abbia voluto restituire ai Palestinesi la Palestina ma rimase colpito da un fatale ictus e sprofondò nel coma. Il mio pensiero immediatamente successivo fu: non è stata soltanto un’emorragia. Che cosa sarebbe successo se i radicali avessero tentato di eliminarlo? Così è cominciata la storia e non è stata per niente una celebrazione di Sharon. L’uomo incarnava una figura davvero controversa - io sono solito definirlo il Darth Vader del Medioriente, per scherzo -. Aveva lati oscuri, naturalmente. Se uno legge il buio capitolo di Sabra e Shatila, comprende subito che non ho scritto un’agiografia. Da un altro punto di vista, ho evitato di demonizzarlo. Nessuno può essere al cento per cento buono o cattivo. Nei fatti va detto che Sharon è stato una voce importante nello sviluppo di questa regione.

Sharon è stato uno stratega brillante, ma anche un militare imprevedibile, indisciplinato. Ben Gurion lo apprezzava moltissimo anche se – disse – il suo unico difetto era che non diceva mai la verità. Lei pensa che sia stato più abile come militare o come politico? È stato davvero responsabile dei crimini che gli vengono attribuiti?
«Per alcuni lo è stato, mentre per molti altri la sua complicità (l’eccidio di Sabra e Shatila NdR) è stata un capro espiatorio. Come generale ha ricoperto un ruolo essenziale durante i conflitti. Specialmente durante la guerra dello Jom Kippur quando cambiò rotta. Ma la sua influenza maggiore è stata senza dubbio come politico avendo deciso l’assetto definitivo dei territori occupati. Puoi amarlo, oppure odiarlo. Resta il fatto che sia stato l’ultimo uomo politico forte che Israele abbia avuto. Un uomo che ha cercato di fare il meglio e il meno peggio. Qualche volta ha preso delle decisioni. Negli ultimi anni ha tentato di porre fine alla crisi. Ai giorni nostri – con politici come Netanjahu – i conflitti vengono semplicemente prolungati negli anni».

Ha mai pensato che il protagonista del suo romanzo potesse assomigliare al Robert Redford di Spy Game?
«No, non ho mai pensato a lui, sono sincero. Visto che me lo dice, però, le confesso che se dovessi immaginare un viso cinematografico, penserei piuttosto a un Jason Statham (Transporter, NdR). È divertente comunque che Tom Hagen (il protagonista) sia lo stesso nome assunto da Robert Duvall ne Il Padrino, dove Tom è l’avvocato storico della famiglia Corleone. Neanche per un minuto ho pensato a questa coincidenza quando ho dato il nome al mio protagonista».

James Patterson ha raccontato di recente questa storia: sono seduti a un ristorante lui, Clint Eastwood e Morgan Freeman. Un signore si avvicina e chiede a Patterson un autografo. Clint corruga un sopracciglio ed esclama: Bisogna proprio che mi decida a girare un film importante! Lei crede davvero che la scrittura sia la più nobile delle arti?
«È una storiella carina. Sa una cosa? Io personalmente avrei chiesto un autografo a Clint Eastwood. È un grande! Non posso dimenticare cosa diceva Sergio Leone quando Clint era un giovane attore e nessuno se lo filava ancora: più che di un attore, avevo bisogno di una maschera. E Clint aveva soltanto due espressioni: una con il cappello e una senza. Penso che l’arte più nobile sia raccontare una storia in modo da colpire le persone».

Quante volte le è capitato di usare la sua videocamera per raccogliere il materiale per i suoi romanzi?
«Non l’ho mai spenta durante i miei viaggi in Israele ed in West Bank (nome inglese della Cisgiordania, NdR). Mi è praticamente cresciuta in mano, la mia piccola Sony HD. Ho filmato ore e ore. C’erano così tante impressioni che mi coglievano, ed era impossibile ricordarle tutte. Non puoi conservare tutto un materiale così vasto nella tua testa. Ho compreso soltanto dopo che la mia telecamera sarebbe stata fondamentale per le descrizioni locali. Così è stato».

Lei scrive libri monumentali. Ha mai pensato di scrivere un instant book?
«Sarò onesto con lei. Non ho mai programmato la lunghezza dei miei libri. Accade».

Il suo romanzo si intitola Breaking News. Quanto contano per lei oggi ancora i corrispondenti in un mondo dove impera internet?
«Resto persuaso che nulla sia più autentico del mondo reale. Dobbiamo continuare ad inviare dei giornalisti nelle zone di crisi. Più di prima».

di Alberto Pezzini

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