Magazine Martedì 16 dicembre 2014

La Guerra d'Europa 1914-18 raccontata dai poeti

Magazine - Cent'anni fa l'immane strage della prima guerra mondiale sconvolgeva per sempre l'Europa e consegnava il lungo Ottocento alla storia: nel segno del sangue versato senza un apparente perché, con la morte riportata in serie e su ordini di grandezza industriali, si rottamavano le ideologie, entrava in crisi il mito del progresso tecnologico, si sfaldavano le certezze di una società improvvisamente fuori tempo e fuori luogo. In sintesi: si dischiudeva un'epoca che appare ancora oggi nostra contemporanea.

E se i cent'anni dalla grande guerra sono passati un po' in sordina nel 2014 (ma è lecito aspettarsi un maggiore impegno istituzionale per il centenario italiano del 2015), una bella raccolta permette di indagare la portata epocale del conflitto attraverso lo sguardo della letteratura. Curata da Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, La Guerra d'Europa 1914-1918 raccontata dai poeti (Nottetempo, 272 pp., 15 Eur, disponibile anche in e-book) è un'antologia dall'impostazione per molti versi inedita: allarga la prospettiva alla Russia e ai paesi slavi, fa convivere i War poets britannici con lo sguardo di Tristan Tzara, affianca i ben noti capolavori di Ungaretti e Rebora alle meno note produzioni tedesche, restituendo uno spaccato complesso, eterogeneo e per molti versi inusuale dell’Europa.

Un panorama in cui la parola poetica descrive in presa diretta il conflitto o lo rimedita con una profondità sconosciuta a tanta parte dei cronisti dell'epoca. Perché se Le notti chiare erano tutte un'alba, come scrive Montale, il segno che resta dentro al poeta va ben oltre la descrizione della vita di trincea, arrivando a indagare le ragioni più profonde e inconoscibili della inutile strage.

Allargando la prospettiva all'Est europeo i curatori Ottieri e Amerio portano in primo piano autori poco noti e ancor meno studiati e - da noi - quasi mai antologizzati. Perché questa scelta?
«Escludere la letteratura russa dal contesto europeo sarebbe stata una negligenza - spiegano i curatori - La letteratura russa della fine del XIX secolo, già allora, all’epoca della Grande Guerra, era considerata tra le migliori d’Europa e faceva parte della formazione culturale degli europei. Nel Novecento poi il Futurismo italiano e il Futurismo russo si sono influenzati a vicenda (quello italiano è nato prima) pur venendo da matrici diverse. Quanto agli autori meno noti, il polacco Edward Slonski o lo sloveno Pastuskin, per esempio, in rappresentanza dei loro rispettivi Paesi, la Polonia e la Slovenia, oltre a soddisfare il criterio inclusivo da cui nasce l’antologia, sono stati scelti perché le loro poesie sono belle. Sono i migliori poeti dell’epoca nei loro paesi, anche se da noi non sono noti. È il bello di condividere una scoperta.

In alcuni paesi la poesia di guerra rappresenta un vero e proprio racconto corale, in grado di diventare memoria di una generazione (penso agli oltre 2200 War poets britannici). In Italia il conflitto è narrato attraverso cantori singoli, con una prospettiva molto più personalistica. Quanto racconta questo dato del nostro essere nazione rispetto ad altri paesi europei?
«La poesia della Prima Guerra porta su di sé tutto intero il peso del trauma storico. Ma la definizione di poeta di guerra è limitante. Per quanto cruciale per l’intensità del suo significato, la cosiddetta poesia di guerra parla della vita in generale, della natura, della religione, della bellezza, della responsabilità della poesia. I poeti inglesi sono un caso unico in Europa che va ricondotto a varie ragioni: i valori di eroismo e patriottismo della cultura vittoriana, un ethos delle “public schools”, quelle dell’ élite, diffuso tra gli ufficiali, e soprattutto, il fatto che il processo di reclutamento, prima spontaneo e poi dal 1916, obbligatorio, significò che nell’esercito inglese si arruolò un numero enorme di giovani delle classi più istruite.
In Italia, i percorsi esistenziali e culturali che portarono alla guerra sono stati più vari e individualisti, anche se comune era la disillusione per l’Italia nata dal Risorgimento, molto diversa da quella sperata.
Del resto nemmeno in Francia, dove moltissimi furono gli scrittori e i poeti che parteciparono alla guerra, si ricorda una categoria come i poeti di guerra».

Dalle «granate color luna» di Apollinaire al «corpo in poltiglia» di Rebora, il conflitto non spacca soltanto la società, ma fa deflagrare la parola poetica, spargendola nei mille rivoli che caratterizzeranno poi le avanguardie storiche. In questo senso, la guerra è stata una vittoria dei futuristi?
«Di certo l’avanguardia e il progetto avanguardistico ne è uscito più o meno indenne, perlomeno nelle forme: ha solo cambiato segno. Se rubrichiamo il proliferare incontrollato degli -ismi nati nei primi quindici anni del XX secolo sotto la voce modernismo, possiamo dire che nel 1914 il modernismo aveva tra le sue tematiche portanti la guerra moderna, invece quando entrano in guerra gli Stati Uniti, nell’aprile 1917, il modernismo è orientato all’internazionalismo pacifista».

La grande guerra scardina l’ordine costituito ottocentesco e porta in primo piano il ruolo delle donne, letterate e attive sui campi di battaglia al pari degli uomini. Perché avete scelto di tenerle ai margini della raccolta?
«Dopo la pubblicazione del libro ho scoperto che Dino Campana in un frammento inviato a Mario Novaro scrive che “La causa della guerra europea sono le donne”. Noi invece abbiamo seguito Ernst Jünger per cui la guerra è “il modo di procreare dell’uomo” (“die männliche Form der Zeugung”). E abbiamo pensato fosse giusto che se ne facessero carico gli uomini. L’altro criterio era antologizzare autori “esemplari” abbastanza conosciuti. Grazie ai gender studies oggi gli studiosi hanno imparato una marea di nomi e a conoscere un sottobosco marginale e sintomatico molto interessante, ma questa è un antologia “di lettura”, non “di studio"».

L’unica donna inclusa nell’antologia, Anna Achmatova, fotografa in un verso fulminante la cesura rappresentata dalla Grande guerra rispetto al cosiddetto Lungo Ottocento («Invecchiammo di cent’anni e accadde / in un’ora soltanto…»). Quanto i contemporanei si rendevano conto che dopo il luglio 1914 nulla sarebbe più stato come prima?
«Il testo di Anna Achmatova (un’eccezione appunto, a ricordare che per essere grandi poeti non c’è bisogno di essere uomini), dimostra che i poeti sono sismografi. Nessuno dei poeti della racconta passò indenne da questo passaggio. L’unico forse fu D’Annunzio; e perciò diventa il bersagliato di un feroce epigramma di Hemingway, il più giovane e (altra eccezione), unico poeta non europeo che chiude l’antologia».

Quanto queste poesie sono ancora in grado di raccontarci dell’oggi?
«È molto più facile che la poesia racconti l’oggi più che la storia di ieri. Perché racconti la storia bisogna studiare; perché sia vivente invece basta leggerla ad alta voce. Questo avviene sempre nel caso della poesia. Sono gli spazi bianchi sulla pagina: il lettore con i suoi sogni e visioni, che le incarna e li riempie.
Dunque sì, ci raccontano l’oggi non solo perché milioni di persone oggi vive in una situazione di guerra, ma anche perché queste poesie parlano della vita e della morte, del male e dell’amore, dell’indicibile e dell’ “irredenzione”. Lo esprime Clemente Rèbora in un testo molto potente
Tu uomo, di guerra
A chi ignora non dire;
Non dire la cosa, ove l’uomo
E la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
Una notte dopo un gorgo di baci,
Se tornare potrai;
Soffiale che nulla nel mondo
Redimerà cio ch’è perso
Di noi, i putrefatti di qui…

di Matteo Paoletti

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