Attualità Magazine Giovedì 27 novembre 2014

Rosencof: «Le mie prigioni con il Pepe Mujica»

© Abode of Chaos / Flickr.com
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Magazine - Montevideo, Uruguay - Domenica 30 novembre in Uruguay ci sarà il ballottaggio tra il centrosinistra e la destra, tra Tabaré Vázquez (Frente Amplio) e Luis Lacalle Pou (Partido Nacional). Comunque vada, El Pepe Mujica non sarà più Presidente della Repubblica. Un uomo che si è fatto conoscere in tutto il mondo, per aver rinunciato al 90% del suo stipendio e alla casa presidenziale. La sua frase che mi è rimasta scolpita nel cervello è: «Povero è chi desidera avere sempre di più».

Quando sono partita per l’Uruguay a fine luglio, mi sarebbe piaciuto intervistarlo. Chi crede veramente che il giornalismo sia un servizio e un bel mestiere, non è mai del tutto in vacanza. Invece, il regista teatrale Mario Jorio mi ha dirottato sul commediografo Mauricio Rosencof, compagno di prigionia del Pepe Mujica durante la dittatura degli anni Settanta, che ha scritto un libro su quella terribile esperienza, La Memorias del Calabozo.
Ottima idea, ho pensato, il Pepe lo hanno intervistato tutte le testate giornalistiche del mondo, Rosencof invece molte meno.

Ed eccomi ora che sto suonando al citofono della sua casa di Montevideo - è il 19 agosto - a un centinaio di metri dalla lunghissima Rambla che cinge la città e dà sul Rio della Plata. Un appartamento normale: in un altro Paese non si direbbe che ci abiti un amico intimo del Presidente. Ma in Uruguay succede. Zeppa di libri e di targhe, foto appese al muro che raccontano la vita di un ebreo esule, che è stato dirigente del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano, meglio conosciuto come movimento Tupamaros. Arrestato nel 1972, con il Pepe Mujica e il Ñeto (Fernandez Huidobro, ministro della Difesa del governo Mujica), è stato ripetutamente torturato e dichiarato ostaggio (rehén ndr) dalle autorità golpiste. Sono stati liberati tutti nel 1985.

La mattina che passo in sua compagnia è piena di racconti e di parole. Un’occasione succosa per vedere trascorrere davanti ai miei occhi avidi la storia del continente Sudamericano. In America Latina mi sento a casa fin da adolescente. Sarà tutta colpa degli Intillimani. Mi dà del tu subito, come se fossimo cari amici da sempre. Ha la battuta pronta e ama scherzare, e ridere. Un uomo sereno, nonostante tutto quello che ha passato, forse perché sa bene da che parte stare.

Non ti è mai saltato per la testa che i tuoi più cari compagni di prigionia, il Pepe Mujica e Fernandez Herman Huidobro, avrebbero potuto diventare un giorno uno il presidente dell'Uruguay e l'altro il ministro della Difesa, cioè il capo dell'esercito?
«Chissà, forse non è vero niente. Sto semplicemente vivendo dentro a una di quelle allucinazioni che mi afferravano in carcere chiuso in quel pozzo, chiamato calabozo!

La nostra - se è vera (ironizza) - è una storia che non sarebbe mai passata per la testa neanche a Ray Bradbury o a Jules Verne. La finzione, anche quella più bruciante, a volte non riesce a restituire il delirio che la stessa vita produce.

Quando, nel 1985, siamo usciti dalla prigione, tutto è stato molto rapido. Non abbiamo neanche avuto il tempo di pensare a quello che stava succedendo. Siamo entrati in carcere che eravamo soli, quando siamo usciti c'era una folla impressionante ad accoglierci. E poi tantissimi giornalisti. Sulle prime non volevamo fare neanche una conferenza stampa, avevamo solo il desiderio di incontrare i nostri parenti, però poi l'abbiamo fatta e siamo stati travolti da un torrente in piena.

Volevamo stare uniti per riorganizzarci. La dittatura in Uruguay non era ancora stata sconfitta, c'erano gli stessi generali, gli stessi ufficiali, e le stesse carceri. In quel frangente eravamo ospiti dei francescani nel loro convento, al centro di Montevideo, e mi ricordo una scena straordinaria. Prima che me ne andassi via, mi corre incontro un frate e mi grida, Ruso, Ruso (questo è il soprannome di Rosencof, la cui famiglia era originaria dell'Europa dell'est ndr) non ti dimenticare che il primo asado che hai mangiato, appena uscito dalla prigione, te l'ho cucinato io.

La storia è come un fiume, a volte rimane senza acqua e si secca, in altri periodi è pieno di cascate. E all'improvviso tracima, e non ci resta che guardare dove ci porta. Jorge Manrique paragona la vita al lento scorrere dei fiumi verso il mare, che è la morte. Io, invece, credo che la morte non esista».

Il Pepe Mujica è una figura straordinaria, un personaggio, il mondo parla di lui, giornalisti di tutte le testate hanno fatto la coda per intervistarlo. Come era da giovane?
«Come adesso, solo più giovane. Assolutamente uguale. Ora ha ripreso ad andare in bicicletta, era un buon ciclista.

Un uomo intelligente e solidale. Un simpatico birbante. Ne abbiamo combinate tante insieme, ci siamo anche divertiti. È uscita da poco una sua biografia in italiano, Il presidente impossibile. Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato (Nova Delphi Libri).

Ora ti racconto un aneddoto perché tu capisca bene i suoi percorsi mentali. Una volta eravamo nelle catacombe di Plaza de Toros, e l'atmosfera era tanto irrespirabile, che il secondino se ne andava via e ci lasciava soli, con tanto di autorizzazione del sergente. Così abbiamo cominciato a parlare, con il Ñeto (Huidobro ndr), attraverso lo spioncino della cella, a voce molto bassa. Eravamo così affamati, che sognavamo il cibo, proprio come Sancho Panza. Stavamo parlando di un negozietto, con prosciutti appesi al soffitto, arrosti e ogni ben di dio. Tra l'altro, non potevamo parlare di cose serie perché potevamo essere spiati.

All'improvviso il Pepe se ne esce indignato, dicendo: Smettetela, sono morto di fame, non parlate più di mangiare. Mi fate star male. Lasciamo parlare lui: Secondo voi, quale tipologia di riso può aumentare la produzione delle risaie dell'Uruguay? Ci spiegò che aveva un'allucinazione frequente: un maiale modificato geneticamente che aveva due vertebre in più e che produceva più carne. Mentre il Ñeto ed io avevamo una visione letteraria, lui ne aveva una programmatica. Stava calcolando quale fosse il riso migliore da coltivare in Uruguay e come fare in modo che si potesse produrre più carne. Quindi alla fine si era messo a parlare di cibo anche lui».

Leggendo Le Memorie del Calabozo o anche vedendo come il Pepe ha sempre la battuta pronta, mi sembra che l'ironia vi abbia salvato, in carcere.
«Scherzare ci aiutava tantissimo. Con il Ñeto siamo riusciti, battendo le nocche sul muro che ci divideva, a giocare addirittura agli scacchi».

Come racconti nelle Memorie del Calabozo, in prigione era difficile mangiare, dormire, fare la pipì, ma deve essere stato terribile per te non poter scrivere mai. Cosa ha significato stare tanto tempo senza scrivere?
«Non ci permettevano neanche di leggere, non potevamo comunicare con nessuno, non avevamo né spazio, né aria, non vedevamo il sole, non ci davano acqua, riciclavamo le nostre orine per bere, ci davano misere razioni di cibo, mangiavamo insetti. Ma la cosa più tremenda era far passare il tempo. Dei tredici anni vissuti in carcere, per undici anni e mezzo siamo stati rinchiusi in un calabozo, sottoterra, lungo un metro e largo sessanta centimetri. Non si riusciva a respirare.

Il cervello usava le sue risorse per la mera sopravvivenza. Mi perdevo a elaborare strutture narrative, a costruire storie, e ciò mi ha permesso di non scivolare nella follia. Vivevamo con la paura che ci fucilassero da un giorno all'altro. In seguito abbiamo saputo che non volevano farci fuori, che ci tenevano come ostaggi perché i nostri compagni fuori stessero tranquilli. Però avevano deciso di annientarci psicologicamente, di farci diventare pazzi.

È proprio incredibile pensare che il Pepe Mujica sia diventato presidente della Repubblica e Huidobro, ministro della Difesa. Fa tutto parte della stessa follia della vita (ride). Siamo riusciti a tenere una luce accesa dentro di noi, ed è servito.

Con Huidobro abbiamo inventato un nostro alfabeto morse, comunicavamo battendo le nocche delle dita sul muro: in quelle lunghe giornate di reclusione abbiamo organizzato rivoluzioni e scritto libri a furia di colpi di nocche, ci siamo raccontati l'infanzia, le malattie, abbiamo fatto patti che ci avrebbero unito per sempre.

Un giorno irrompono nel mio calabozo due guardie. Il capo mi chiede se fossi io lo scrittore. Gli rispondo: sì, señor. Allora mi dice: il sergente ti ordina di scrivere una lettera per la sua fidanzata. Mi portano una tavoletta, un foglio e una penna. Succede il miracolo, dopo la seconda lettera la seduco e lei si innamora. Per riconoscenza, mi arrivano due sigarette col filtro. Mi sento come Churchill, dopo che ha vinto una battaglia. A partire da quel giorno, tutto il carcere inizia a sfilare dentro il mio calabozo e comincio a scrivere lettere per le loro donne. Ascolta Rosencof, io non sono sergente, però ho una fidanzata, puoi scrivere una lettera anche per me? Mi davano la biro e scrivevo lettere o poesie. Non potevo tenere una penna né un foglio dentro la cella, me li davano ogni volta. Domandavo il nome della destinataria del poema, lo scrivevo in maiuscolo e in verticale e buttavo giù un acrostico. Mi dicevano: Rosencof fai un acrilico anche per me? Ora avevo in mano una formidabile merce di scambio, mi davano tabacco, fiammiferi, a volte un pezzo di pane, un uovo sodo, una cosa formidabile. Non sono mai stato meglio».

Mai ti hanno pagato così tanto per la tua scrittura!
«Sì (ride), è stata una cosa incredibile. Non vedevo l'ora che fosse di guardia un soldato sensibile, spesso mi chiedeva dei versi per i suoi figli. Mi diceva: sei come un nonno per loro. Gli domandavo se, durante le sue 72 ore di guardia, mi lasciasse una penna di nascosto. Così sono riuscito a scrivere, su foglie di tabacco La Margarita, una storia d'amore in 28 sonetti, El saco de Antonio, El hijo que espera e La lotta nella stalla, dopo averle tenute tanto chiuse nella testa.

Nascondevo i testi dentro in un tubicino di nylon e poi nella camicia, che consegnavo tutti i mesi ai miei familiari, durante la visita, perché la lavassero. Così è nata la letteratura della camicia.

La lotta nella stalla (opera che è stata messa in scena, per la regia di Mario Jorio all’Elfo di Milano e allo Stabile di Genova ndr) è sopravvissuta grazie alla mia camicetta bianca. Invece, altri testi si sono persi. La nostra battaglia di tutti i giorni era non morire e tanto meno suicidarsi. Durante gli incontri con i parenti dovevamo avere tanta energia per trasmettere loro confidenza e serenità. Non lasciare intendere il supplizio che stavamo subendo, e nemmeno che eravamo dei poveri disgraziati in attesa di un raggio di luce, che illuminasse il nostro cammino.

Poi abbiamo cominciato ad accorgerci che alcuni nostri compagni agonizzavano e morivano, altri impazzivano. Anche Sendic (il dirigente Tupamaros più famoso a quei tempi ndr) stava male: quando era stato catturato, nella colluttazione, era stato ferito e non riusciva più a parlare bene. Tra noi c'era un patto: chi ne fosse uscito vivo, avrebbe testimoniato le peripezie che avevamo passato».

Da quanto è che non vi vedete con il Pepe?
«Ci siamo visti un paio di giorni fa, nel suo ufficio di presidente, in piazza Indipendenza. C’era anche Huidobro, ci siamo fatti una chiacchierata e abbiamo anche incontrato dei produttori cinematografici che volevano conoscerci. Vogliono fare un film sulle Memorie del calabozo. La produzione è spagnola: Tornasol Films. Hanno già prodotto Il segreto dei suoi occhi, che ha vinto il premio Oscar. Kusturica, invece, sta lavorando ad un documentario, che comincerà a raccontare la vita di Mujica, partendo dagli ultimi giorni di presidenza. È un regista straordinario, tutto matto!»

Sono molto contenta di fare questa conversazione con te, un testimone importante del Novecento, di un periodo molto travagliato della storia dell’America Latina.
«E sono ancora vivo e vegeto! (ride)»

Allora ci riprovo: un testimone importante del secolo scorso, però ancora sulla breccia! Ora siete al potere, le vostre idee sembrano aver vinto. Chissà cosa succederà dopo le elezioni del 30 novembre. Perché chiunque vinca, Pepe Mujica non sarà più presidente.
«Se perdiamo le elezioni, abbiamo una grande esperienza come opposizione! (dice ridendo e alludendo ai 13 anni di carcere insieme a Mujica)»

Certo molto molto grande! (ironizzo anch’io). Quanto l'Uruguay di oggi è diverso da quello che sognavi quando eri rinchiuso in carcere?
«I sogni volano sempre verso il futuro. Mi è molto cara una frase di Eduardo Galeano: L'utopia sta all'orizzonte. Se mi avvicino di due passi, si allontana di due passi. Se faccio dieci passi, l'orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non lo raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve a camminare.

I primi cristiani mettevano tutti i loro averi in comune, e ognuno prendeva quello di cui aveva bisogno. La storia si ripete e, a volte, torna indietro. Un mio personaggio della Lotta nella stalla dice una cosa che sento profondamente. La meta è mettersi in cammino. Quando si prende un sentiero - quando si ha una vocazione come la lotta per l'uguaglianza sociale - è un percorso che si segue per tutta la vita. Ti puoi confrontare con la noia, la prigione, l'opposizione, la polizia, la morte. E magari, come il Pepe Mujica, diventi anche presidente della Repubblica. Una scelta di vita, che puoi percorrere in tanti modi, però se è una vera vocazione, lo è per sempre».

(L’intervista non è finita qui, la seconda parte andrà on line il giorno delle elezioni - il 30 novembre - e Rosencof lì dice la sua su tutte le riforme del governo del Pepe Mujica e descrive anche il candidato dell’opposizione, Luis Lacalle)

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