Concerti Magazine Lunedì 4 novembre 2002

Le note di Moby

Magazine - Alla domanda “ma che tipo di musica fa Moby?” l’unica risposta corretta, nonché possibile, è “ascoltalo o meglio, se puoi, vallo a vedere/sentire in concerto”.
Sì perché il nocciolo del problema è tutto lì, nella natura del musicista all’apparenza riflessivo, che nella sua grande casa di Little Italy (dove una volta vivevano i nostri emigrati a N.Y.C. prima di disperdersi nei sobborghi), immagina, costruisce, suona i suoi brani.
Non è un artista per nulla inscatolabile, catalogabile, rinchiudibile nell’insopportabile gabbia del genere.

Usciti dalla sua esibizione live in Milano domenica 3 novembre al Pala e basta (ex Trussardi, ex Vobis, in attesa di sponsor? ) la prima e più forte sensazione è che Richard Melville Hall, (da cui il nickname Moby che lo ricollega all’illustre antenato) sia uno dei/ il(?) vessillifero della musica popolare contemporanea del nuovo millennio.
Archiviato il gruppo di supporto, il duo norvegese, Röyksopp, esempio di electronic funk nordico, eccolo salire in scena, supportato alla grande da una variegata band.
Più inglese (il trio di archi, un eccellente tastierista, scratcher, deejay e quant’altro, l’incredibile black vocalist che, nonostante l’enorme mole sfoggia con assoluta disinvoltura un miniabito nero con trasparenze) che americana (l’indiavolata sezione ritmica formata dalla biondissima bassista mancina di Brooklyn e il batterista italo – americano, con l’aggiunta del percussionista ispanico).

Gli basta, comunque, poco per dimostrare una professionalità straordinaria ed una versatilità impressionante.
Colpisce la facilità irridente con cui passa da uno strumento all’altro (chitarra, tastiere, percussioni) anche durante lo stesso pezzo, si mette a scratchare o afferra al volo un tamburello mentre canta.
Si dimostra anche attento alla realtà (non solo USA) che lo circonda.
Prima si scusa per non saper parlare in italiano (“beautiful country, beautiful language”), poi per avere un presidente come Bush (“it’s sad to be american and to have one president like B.”), infine dedica una canzone ai morti nel recente terremoto in Molise.
Sorprende anche la sua presenza scenica, una grande vitalità, contrastante con l’aria apparentemente non eccessivamente dinamica, cerca continuamente il contatto col pubblico, salta, balla, corre su e giù per un palco trasformato per l’occasione in un paesaggio lunare con tanto di montagne e crateri, in omaggio alla copertina del suo ultimo album 18.
Sciorina i suoi hit da questo e dal precedente Play (rispettivamente il 9° e il 10° di una carriera ormai già solida) che l’hanno fatto conoscere ed apprezzare in tutto il mondo, ad es. “Find my baby”, “Porcelain”, "Why Does My Heart Feel So Bad?” da Play e "We are all made of stars”, “In this world”, “Extreme ways” da 18.
Ascolta/ha ascoltato di tutto e si sente.

La sua grande dote è di non gettar via nulla e così ne vien fuori una musica che in sé per sé è del tutto originale, ma che non disprezza ed anzi vanta i legami con quelle sonorità che i critici definiscono via via jazz, punk rock, hip hop, soul, classica, rap, disco e via discorrendo, ognuno può aggiungere la sua intuizione.
Ma non si ferma lì ed è tutto un seguito di sorprese, di un soul che rincorre l’elettronica, di un rap in coda ad un’intro quasi ECM, una ballata melodica che interagisce con la secchezza punk. Non c’è un attimo di noia, o solo di respiro.
Così accosta aggeggi elettronici modernissimi a percussioni tradizionali, bene in evidenza. E non è affatto casuale un acclamato rientro in scena per i bis con un travolgente medley – omaggio ai Black Sabbath e ai Ramones - ed è tutto un programma…


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