Magazine Lunedì 17 novembre 2014

Robert Peroni: «Inuit, popolo di ghiaccio. Ma abbiamo tolto loro la dignità»

Uno scatto da I colori del ghiaccio di Robert Peroni e Francesco Casolo
© Sperling & Kupfer

Magazine - C’è un momento nella vita di ogni uomo di cui si serba per sempre il ricordo, che sia un viaggio, una persona o un’emozione con la mente ci si torna e portando dentro la nostalgia di quell’attimo.
Robert Peroni, esploratore altoatesino trasferitosi in Greonlandia da più di trent’anni racconta nel libro I colori del ghiaccio quel suo momento, quando con due compagni ha deciso di attraversare da una parte all’altra l’altopiano groenlandese: un’impresa definita folle e coraggiosa ma in cui Robert ha riscoperto una nuova vita.
«Sono entrato in questa terra con tutta la mia mente il corpo e l’anima - ricorda con voce ferma mentre risponde al telefono - ho conosciuto la sofferenza, ma ce l’ho fatta».

Nel suo ultimo libro ripercorre quei tre mesi di traversata, i momenti di difficoltà ma anche quelli in cui fondendosi con gli elementi che lo circondavano, il ghiaccio e la neve, ha imparato a conoscersi. Ghiaccio e neve, due elementi che a noi, cittadini del terzo millennio spaventano e paralizzano: basta una nevicata in città che tutto si blocca, eppure Robert è in questi elementi che si è ritrovato: «Io ho sempre amato la neve, sin da bambino e mi sono abituato bene al clima groenlandese, non bisogna guardare la neve con paura: è vero fa freddo ma che male c’è se fa freddo, ci copriamo! E non bisogna neanche avere un atteggiamento troppo romantico: dobbiamo guardare la natura per quella che è e rispettarla».

Un atteggiamento che certo noi uomini bianchi, come ci definiscono gli Inuit, abbiamo dimenticato e ne paghiamo sempre più le conseguenze, come vediamo dai disastri causati dalle alluvioni di questi giorni. Robert da sempre conosce il rispetto per la natura: alpinista da quando era poco più che un adolescente si è trovato bene a vivere con gli Inuit, «perché loro vivono della natura, per questo la rispettano, qui in Italia invece abbiamo smesso di rispettare le sue regole ma dobbiamo farlo assolutamente finché siamo in tempo, perché abbiamo degli obblighi verso di noi e verso i nostri figli. Il popolo groenlandese sa che l’unico padrone è la natura e la pazienza e il rispetto verso i suoi elementi è d’obbligo».

Un atteggiamento di fatalismo completamente estraneo all’atteggiamento di fiducia incondizionata nel progresso tecnologico, tipico del mondo occidentale, che asseconda gli istinti di controllo e l’arroganza «ma- afferma Robert- proprio nel momento in cui si vuole controllare tutto la natura ci dimostra la sua forza sempre più potente».
Sono passati trent’anni da quella spedizione e dalla decisone di Robert di trasferirsi a Tassilaq, un piccolo villaggio sulla costa orientale della Groenlandia, la parte più remota e lontana da tutto. Nonostante tutto, l'esploratore racconta che «è comunque bello tornare in Italia ogni tanto e ritrovare la famiglia, i ricordi di gioventù, però è sempre difficile riabituarsi ai suoni, ai rumori cittadini, vedere le case dappertutto quando invece dalla mia casa a Tassilaq vedo 12 ghiacciai, il fiordo azzurro e egli iceberg. Mi mancano molto quella quiete e quel panorama».

Robert racconta di aver ritrovato se stesso in quel luogo, ma soprattutto le emozioni che provava da bambino: «non l’avrei mai immaginato invece lì sto proprio bene. Stare bene con niente, solo osservando la natura, i suoi cambiamenti, sfumature, e in mezzo a un popolo che non ha niente». Un concetto di benessere completamente opposto a quello occidentale: «qui benessere è accumulo. Quello che mi colpisce ogni volta che torno in Italia è la quantità di roba: qui c’è tantissimo, talmente tanto da togliere il fiato, da farci soffocare, un troppo che ci sembra poco, mentre invece il popolo Inuit ha poco ma quel poco è tutto per loro. Qui affoghiamo in tutto: nella moda, nei mass-media. Noi invece (e in questo noi Peroni si identifica con il popolo Inuit, nda) siamo ancora noi, siamo uomini, con la nostra filosofia e umanità senza essere soffocati da quel troppo che diventa sempre troppo poco».

Significativo l’identificarsi del Peroni con gli Inuit, un popolo così distante dal mondo occidentale, ma che da millenni sopravvive in una terra così fredda e ostica grazie al suo ingegno. Un popolo che ha le sue radici in Mongolia ma che a seguito di lotte fra clan è stata cacciata sempre più a nord, oltrepassando lo stretto di Bering e arrivando così in Groenlandia un territorio grande sette volte l’Italia dove oggi vino circa 60.000 persone
Se sono sopravvissuti in questa terra fredda è solo grazie all’ingegno e alla loro forza di volontà. Gli Inuit hanno tanto da insegnarci: dal rispetto della natura al loro atteggiamento verso la vita e la morte. Si stupiscono che l’uomo bianco sia così tanto fissato a pensare con la testa dimenticando il cuore, così come dei turisti che arrivano in Groenlandia dopo aver lavorato un anno intero per realizzare quel viaggio. «Robertì», è così che chiamano Peroni ormai, «non è possibile che si lavori così tanto per avere solo due settimane di vacanza, perché se lavori così tanto non hai tempo per vivere».

Eppure invece che imparare da questo popolo l’uomo bianco lo sta uccidendo, gli ha tolto tutto, non solo la caccia alla foca (possono praticarla esclusivamente per il loro sostentamento ma non possono più esportarne le pelli condannando quindi la loro economia). Un fatto denunciato anni fa da Peroni in un accorato appello contro Greenpeace. Secondo l'esploratore, piuttosto che puntare l'indice sulla caccia degli Inuit, bisognerebbe soltanto ammirare il loro rispetto per la natura e capire che dell’estinzione di alcune specie loro non ne sono responsabili: anche se la caccia è la loro unica fonte di nutrimento, se vedono un orso con dei cuccioli anche se hanno fame e non mangiano da giorni non lo uccidono, perché sanno che i piccoli resterebbero senza mamma.
«Adesso agli Inuit è stata tolta la dignità -accusa Peroni- togliendo loro la caccia, la loro pratica di sopravvivenza millenaria, e dando loro un sussidio economico li abbiamo condannati all’estinzione. In questi ultimi anni hanno conosciuto l’alcool che li disorienta e li porta poi al suicidio: l’arroganza dell’uomo bianco è vergognosa»

Da qui nasce il progetto di Robert della Casa Rossa: «è un albergo che vuole promuovere un particolare turismo della Groenlandia: non quello della toccata e fuga ma di una conoscenza approfondita, un vero incontro col popolo e le sue tradizioni». Tutti i lavoratori impegnati sono locali e la Casa Rossa dà loro una speranza, è diventata un vero e proprio punto di riferimento per i ragazzi Inuit: «da loro la possibilità di un futuro, parola che neanche esisteva nel loro vocabolario ma che ora dobbiamo introdurla, dobbiamo dar loro la speranza che possono farcela con le loro mani».

di Margherita Pozzi

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