Magazine Sabato 15 novembre 2014

Erri De Luca: «Scrivere storie mi tiene compagnia»

Erri De Luca
© FB Erri De Luca

Magazine - Erri De Luca non è uomo da mezze misure. Infatti, è amato e odiato in egual misura. Capita ai grandi, di solito. Nell'intervista che segue ci ha raccontato molto di sé, del suo legame ineludibile con Napoli e della spinta che lo fa scrivere. Dell'incontro con Sofia Loren e del perché uno scrittore davanti al verbo amare «sia come il lanciatore di coltelli».

Il giornalista e scrittore Massimo Orlandi, nel libro tratto da un incontro con lei, riassume perfettamente la peculiarità del suo stile «Era, per me, un'esperienza nuova: quei libri non erano spinti dalla forza di una storia, ma dalla capacità di una pagina di rendersi viva, di bastare a se stessa. Mi piaceva molto anche la fisicità di quella scrittura asciutta, fatta di pensieri che erano passati per i nervi e per i sensi , prima di farsi restituire». I suoi romanzi, a noi lettori, sembrano concatenazioni di poesie, con molti versi da sottolineare per poi rileggere e sentirli quasi propri. Per lei, l’autore, cosa significa la scrittura e come nasce ed evolve un libro?

Scrivere storie mi tiene compagnia e mi congiunge a tempi e persone andate. Pezzi di vita accaduta affiorano e li faccio durare raccontando. Scrivo a mano su quaderni, non ho tempi di consegna, quando ho finito avviso l'editore. Per me le storie provengono dalla vita svolta e allora la scrittura è un resto salmastro, della specie che si trova tra gli scogli quando l'acqua dell'onda è evaporata.

Secondo il musicista Paolo Fresu «lingua e musica sono due strumenti fondamentali per raccontare una società. Se non c’è lingua non c’è musica, se non c’è musica non c’è lingua». I suoni legati alla sua terra d’infanzia, inclusi quelli della lingua dialettale, hanno caratterizzato il suo modo di fare jazz. Pensando ai suoi recenti progetti, da "Sola andata" a "La Musica provata", cosa rappresenta per lei il rapporto tra la scrittura e la poesia con la musica?

La scrittura ha un ritmo, l'accento sulle sillabe batte negli ossicini dell'orecchio e a volte addirittura suggerisce la parola giusta in base alla cadenza. Ho messo musica mia su versi di poeti, pescandola sulla chitarra. Ho messo musica anche su qualche verso mio. Succede che le strofe accennino a una musica, che essa affiori già alla superficie delle lettere. Ma per me viene comunque prima la scrittura, la narrazione. E ho amato i compositori di canzoni che danno importanza a quello che raccontano. Perciò Brel, Brassens, Cohen, Dylan.

Lei ha tradotto in napoletano e adattato la pièce di Jean Cocteau per il corto "La Voce umana" diretto da Edoardo Ponti con protagonista la madre Sophia Loren. Come descrive questa esperienza e l’incontro con la Loren, di cui ha detto «portamento da regina ed una che abbraccia per strada»?

La Voce Umana ho proposto di farla in napoletano e di chiamarla Le Voci Umane per rompere l'isolamento di quella stanza e far sentire la presenza forte di una città insonne. Sapevo che sarebbe stata la Loren a dire quelle battute e questo mi ha aiutato a tradurle dal francese, perché avevo già nelle orecchie la sua voce. La frase che mi è uscita all'improvviso da Fazio in risposta alla sua domanda a bruciapelo, mi sembra ancor giusta. Ha un portamento e una presenza regale ma anche una prontezza di spirito schietto e popolare. Oltre a essere una professionista scrupolosa fino all'estremismo.

Scrive di amore usando verbi più intensi di «amare» o «voler bene». L’amore è «importare» di qualcuno e «bastare» a qualcuno. Un amore sofferto (penso in particolare a due bellissime poesie, "Le Cose" e "Lettera", in "Sola andata") e difficile anche per una certa incapacità di amare («L'amore sarebbe stato una fermata breve tra gli isolamenti» del protagonista «preta pommice e fierro ‘e cazzetta» e «L'amore è pericoloso. Ci scappano ferite» in I Pesci non chiudono gli occhi). Non so esattamente che domanda porle, ma mi piacerebbe se potesse aggiungere una sua riflessione.

Il verbo amare è solenne e quando è detto non può essere ritrattato. Ma non va scritto. In un racconto l'amore deve spuntare da ogni parte ma non dal vocabolo che lo rappresenta. Lo scrittore davanti al verbo amare è come il lanciatore di coltelli: deve andare ai bordi, disegnarne la sagoma, senza attingere il bersaglio.

«Per uno nato a Napoli il destino è alle spalle, è provenire da li. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l’ha già avuto in dote, metà zavorra metà salvacondotto» scrive in "I Pesci non chiudono gli occhi". Può parlare del suo legame con Napoli e del suo sentirsi “napòlide”?

È il mio posto origine, perciò il mio oriente. Mi ha messo il suo dialetto nella saliva, le sue canzoni nel primo repertorio, la sua tensione dentro il sistema nervoso. Provengo da lì. Quando fu pubblicata la mia prima storia, Feltrinelli chiese a uno scrittore affermato [nda Raffaele La Capria] di mettere una sua nota di accompagnamento al libro dello sconosciuto. Era lusinghiera però mancava della parola Napoli. Chiesi sfrontatamente di aggiungerla. Un amico poeta di Sarajevo, Izet Sarajlic ha detto della sua città :«Tutte le volte che la mia città avrà bisogno di una parola buona, io ci sarò». Faccio lo stesso anch'io.

Qual è il suo rapporto con i Social media, in particolare Facebook (Fondazione Erri De Luca) e Twitter? Ora quest’ultimo meno usato, ma c’è stato un momento in cui i suoi, numerosissimi, followers erano abituati al suo tweet mattutino come buongiorno!

Twitter mi piace, ci metto in breve un mio punto di vista sulla notizia che più mi riguarda. Ma non tutti i giorni ho voglia di dire la mia. Una volta i giornali mi chiedevano spesso di intervenire sulla attualità. Hanno smesso di farlo. Twitter mi permette di esprimere la mia opinione senza di loro. Facebook invece è seguito da una persona cara che mi tiene al corrente della pagina. Mi fermo qua, non seguo altri canali.

Roberta Gregori @robegregori

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