Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte VII)



Mi lancia un’ultima occhiata, poi con un gesto veloce chiude a chiave la porta ed estrae una piccola pistola automatica. Vedo la mano del soldato correre verso l’arma che porta alla cintura ma il proiettile lo colpisce in piena fronte. Crolla all’indietro, rovesciando una sedia, gli occhi spalancati. Oltre la porta si sentono delle grida. Il capitano non si muove. Ha sempre la stessa espressione neutra di quando sono entrato.
-Posso mettermi la giacca?- dice, e lo fa come se chiedesse un’informazione stradale.
-Certo- risponde Paco, un tono di rispetto nella sua voce, nello sguardo.
Il capitano si infila la giacca dell’uniforme, si mette il cappello e si fa il segno della croce, mentre la porta è tempestata di colpi dall’esterno.
-Sono pronto- dice il capitano con voce grigia, priva di emozione.
Paco annuisce, avvicina la canna alla testa dell’ufficiale e spara.
Io mi alzo lentamente. Guardo Echevarria che si massaggia il collo e mi fissa. Il suo sguardo è diverso da quello dell’ufficiale. Paco si avvicina e appoggia la canna sulla sua testa, ma io lo fermo.
-No- dico scuotendo la testa.
Paco annuisce.
-Come vuoi- dice porgendomi la calibro .32
Il primo colpo arriva al ginocchio di Echevarria. Crolla a terra urlando, un urlo spaventoso, agghiacciante, e io lo guardo mentre si contorce. Poi gli premo il piede sulla gambaferita e sparo anche all’altro ginocchio. Lui continua a urlare, si muove a scatti. Paco volta la testa, e io sparo ancora. Quando il caricatore è vuoto smetto di interessarmi a lui. Lo lascio agonizzare con i cinque proiettili in corpo e mi avvicino a Paco. Ci guardiamo negli occhi ma non diciamo nulla.
Fratello, germà, sei sempre tu, fratello, non importa niente, non è successo niente, sei sempre tu, quello che importa davvero è che sei sempre tu…
Paco prende la pistola del capitano e io quella dell’altro soldato, poi lui rovescia il tavolino e lo sistema in fondo alla stanza, e io mi avvicino ancora a Echevarria. Sta strisciando lentamente, come il verme che è sempre stato, lasciando una scia di sangue sul pavimento. Guardo quel corpo tremante, sento i suoi lamenti. Poi penso a tutte le donne e gli uomini torturati e uccisi da questo sadico assassino.
Blanca, bastardo, Blanca, cosa le hai fatto? Cosa le hai fatto, figlio di puttana?
Lo colpisco al viso con gli scarponi, una, due, tre volte. La sua faccia non è altro che una maschera sanguinante. Sento i denti spezzarsi, ormai non riesce neanche a lamentarsi.
-Bastardo…- mormoro.
Intanto Paco ha raccolto tutte le armi. Mi passa dei proiettili per la calibro .32. Io riempio il caricatore mentre lui inizia a cantare Si me quieres escribir, la canzone dei miliziani.
-Sei sempre stonato…- dico tirando indietro il carrello dell’automatica.
Lui smette di cantare e mi guarda, poi ride e mi abbraccia, mentre i colpi alla porta si fanno sempre più forti.
-Adeu, germà- dico riparandomi dietro il tavolino e puntando l’arma contro la porta.
-Adeu, Roberto- risponde lui, poi i soldati irrompono nella stanza e io comincio a sparare.

Ettore Maggi
di Donald Datti

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