Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte VI)



Sono sdraiato sul pavimento di una cella, semistordito, con le manette ai polsi, la vescica gonfia e lo stomaco che urla. Il pavimento è freddo, umido e coperto di escrementi. Due soldati entrano e mi sollevano. Mi trascinano lungo un corridoio, e durante il tragitto gli altri militari si fermano e mi guardano, ma i loro insulti e le loro risate mi giungono ovattati, distanti. Ci fermiamo davanti a una porta metallica. So bene cosa troverò dietro quella porta, ma nonostante tutto, quando la aprono, ho paura.
Ancora una volta sono soltanto un ragazzino magro e spaventato, come tanti anni fa, che guarda una porta metallica che conduce a una stanza spoglia, poco illuminata, con un tavolino e una sedia nel mezzo. E attorno al tavolino, loro, in piedi, sorridenti, in canottiera, per non sporcarsi l’uniforme, per non macchiarla di sangue.
I due soldati cercano di farmi entrare: io urlo e riesco a liberarmi dalla loro stretta. Corro lungo il corridoio, ma un colpo duro e cattivo nella schiena mi fa cadere. Vedo un paio di scarponi davanti a me, poi sento la guancia che esplode e il sapore del sangue dentro la bocca. Sto piangendo. Non vorrei farlo, ma non riesco a trattenermi, rivedo ancora la faccia della Guardia Civil, il viso sorpreso di Paco, lo stupore nei suoi occhi. Mi trascinano dentro la stanza e mi mettono su una sedia di legno. Sento la porta chiudersi e una risata. La risata di Echevarria. Alzo lo sguardo e li vedo. Sono in tre. Un capitano, Echevarria e un altro militare. Si sono tolti le giacche dell’uniforme e indossano una semplice canottiera.
-Roberto Camacho- dice ridendo Echevarria. -Credevo fossi un duro, e invece piangi come una femminuccia…
Cerco di trattenermi, anche se non è facile.
-Sì, proprio come una femminuccia. Anche la tua Blanca piangeva così…
Quando sento quel nome, alzo la testa di scatto.
-Sì, la quella troia piangeva, quando l’ho ammazzata… Ma prima, me la sono fatta. Le ho fatto provare il cazzo di un vero uomo…
Probabilmente era quello che voleva, ma resta sorpreso dalla violenza della mia reazione. Lo colpisco con violenza, con tutta l’energia che mi è rimasta, e gli sono subito dietro, le mie braccia oltrepassano la sua testa, e la catenella delle manette gli stringe la gola. Punto il ginocchio sulla sua schiena, e spingo con forza. Il colpo arriva all’improvviso ma non cedo. Ne arrivano subito altri, ma l’odio e la rabbia sono più forti del dolore, finché non abbandono la presa. Loro liberano il collo di Echevarria e io crollo al suolo. Rimpiango di non avere avuto la forza di continuare a stringere. Apro gli occhi, la porta si socchiude. Un soldato si affaccia nella stanza.
-Ho detto di non disturbare!- urla il capitano.
Oltre la spalla del soldato compare la faccia di Paco.
-Ha detto che era importante, signore.
Il capitano fa un cenno e il soldato scompare. Paco invece si avvicina e mi guarda.
Paco. Perché sei qui, perché, figlio di puttana, sei voluto venire a controllare che il lavoro fosse finito? Paco, germà, fratello mio, Paco, figlio di puttana.
-Che vuoi?- dice il capitano.
Paco non risponde e continua a guardarmi. Perché mi guarda così?
-Allora?- dice il capitano.
È impaziente, vuole dare inizio all’interrogatorio, vuole avere delle informazioni, qualcosa da portare ai superiori, e io ho paura di quello che potrei dire. Paco non dice niente.
Mi lancia un'ultima occhiata...
di Donald Datti

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