Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte V)



La sua voce è quasi un sussurro. Ho paura di quello che sta per dirmi, ma voglio sapere. Devo sapere.
-La verità è un’altra- ripete. -La verità è che sono stanco.
Lo guardo come se lo vedessi per la prima volta, come se non fosse Francisco, Paco, il mio amico Paco.
-E per questo mi hai tradito?
-Per questo, e per quello che mi hanno offerto in cambio.
In cambio? No, non posso credere a quello che sento.
-E… cosa ti hanno offerto, in cambio?
Lui si schiarisce la gola.
-Un mucchio di pesetas, un colpo di spugna sul passato e…
-E?
-Il grado di capitano nell’esercito- dice in fretta.
Non rispondo. Non so più parlare. Non avrei mai creduto di sentire una cosa simile.
-Nell’esercito…- riesco a mormorare.
Ci guardiamo in silenzio. Lui sembra tranquillo, mentre io fatico a trattenere le lacrime. Ma la sua voce mi scuote.
-E adesso che farai? Mi ammazzerai?
-Dovrei farlo- rispondo.
Annuisce.
-Sì. Dovresti farlo.
Sollevo il braccio lentamente.
-Sai, Roberto?- dice. -Avevi proprio ragione, quei tempi sono finiti. Per sempre. Hanno vinto loro.
-Sì, hanno vinto loro- dico abbassando il braccio.
-Hai cambiato idea?
-Non posso. Non ci riesco.
Lui scuote la testa.
-Ti conviene farlo, germà, e in fretta. Tra poco loro saranno qui.
Sì, tra poco loro saranno qui, ci stanno spiando, lo so, l’ho sempre saputo, forse ho finto io stesso di credere a qualcosa che non era possibile, perché non volevo accettare la realtà. Sì, tra poco saranno qui, la porta cederà con uno schianto e appariranno uomini armati, mi urleranno di gettare la pistola, mi afferreranno e mi getteranno a terra. E io cosa farò, punterò la pistola contro di loro e sparerò, oppure sparerò a Paco, all’infame, all’amico che mi ha tradito, e lo guarderò morire? Oppure mi getterò in ginocchio e piangerò, implorerò, come quella volta nella caserma della Guardia Civil, tanti anni fa, prima del regime, prima della guerra e prima anche delle repubblica? Un ragazzino, arrestato durante uno sciopero e portato in caserma, un ragazzino magro e impaurito che alla prima sberla del sergente si gettava per terra e perdeva tutta la rabbia, il coraggio, la forza. E gli occhi di Paco che mi guardavano, e più dei colpi degli sbirri mi faceva male il suo sguardo deluso. Chissà se il mio sguardo, adesso, è come il suo di allora.
-Ti ricordi quando ci hanno arrestato la prima volta?- dico, poi la porta finalmente cede e loro entrano nella stanza.
Guardo ancora Paco e lascio cadere l’Astra. Continuo a guardare Paco, mentre molte braccia robuste mi agguantano e mi costringono a inginocchiarmi, finché una mano non mi afferra i capelli, obbligandomi a voltarmi. Due ufficiali mi osservano dall’alto. Il primo non lo conosco: dimostra meno di trent’anni e mi scruta con curiosità. Il secondo è più vecchio, ha circa la mia età, c’è una luce sadica nei suoi occhi. Conosco bene quell’espressione, anche se sono passati tanti anni. Echevarria.
-Allora… sapeva?- dice l’ufficiale più giovane.
-Sì- risponde Paco, evitando di guardarmi -Non potrà portarci nel nascondiglio del suo gruppo in Francia.
-Non importa. Ci dirà lui dov’è.
La voce di Echevarria ha una sfumatura divertita. Il bastardo sta pregustando la festa.
-È tornato per salvare il suo amichetto, e il suo amichetto lo ha tradito. Mi viene da piangere. Non è che sei diventato finocchio anche tu, là con i francesi?
Paco e io ci scambiamo una lunga occhiata, poi lui abbassa lo sguardo, fissa un inesistente oggetto sul pavimento, in silenzio, mentre un altro soldato si fa avanti.
-Ma perché non è scappato, se aveva capito tutto?
Echevarria alza le spalle, credo che a lui non importi molto, l’unica che che gli interessa è avermi catturato.
-Io lo capisco- dice l’altro ufficiale, serio.
C’è uno strano tono di rispetto nella sua voce.
Echevarria lancia uno sguardo obliquo al suo collega, forse sta per ribattere, poi scuote la testa e si rivolge a me.
-Allora? Ce lo vuoi spiegare tu perché sei rimasto?
Volto lentamente la testa e sorrido.
-Quelli come te non lo capiranno mai, Echevarria- dico.
Il colpo arriva allo stomaco ed è così forte da togliermi il respiro.
Sono sdraiato sul pavimento di una cella, semistordito, con le manette ai polsi...
di Donald Datti

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