Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte IV)



Abbiamo trovato una locanda alla Barceloneta. Un buco schifoso, ma ottimo per nascondersi.
Paco è seduto sul letto, io fumo vicino alla finestra. Fuori i bambini giocano in strada, e penso a quando lo eravamo noi. Ma siamo davvero stati bambini? La vita è una troia, una puttana che non chiede denaro, si accontenta della tua anima. Anche questa frase devo averla sentita in un film, forse non diceva troia ma il senso era quello.
-Lo sapevo che mi avresti liberato. Ero sicuro. Non ho mai smesso di crederci- dice Paco.
-Lo sapevi?- dico, poi getto il mozzicone a terra, e lo schiaccio con rabbia. -Lo sapevi? Come cazzo potevi saperlo?
Lui sorride. Sembra allegro, forse troppo. Paco non è mai stato una persona molto allegra, raramente l’ho visto sorridere e credo di non averlo mai visto ridere.
-Come sta tua sorella?- mi chiede.
Io accendo un’altra sigaretta e gli lancio il pacchetto.
-È morta l’anno scorso. Non lo hai saputo?
-Ah… mi dispiace, germà … Com’è successo?
Gli racconto brevemente, e lui ascolta, fumando in silenzio.
Quando finisco si sdraia sul letto e non dice niente. Mi avvicino al mio letto, prendo la Astra, tolgo il caricatore e faccio il pieno di proiettili calibro 9. Li infilo lentamente, ascoltando il rumore della molla che si accorcia. Lui mi osserva e continua a sorridere.
-Come pensi di fare?- dice.
-Fare cosa?- rispondo senza alzare lo sguardo.
-A lasciare Barcellona e passare i Pirenei.
Soltanto adesso mi rendo conto di quanto sia invecchiato. Non tanto per i capelli, diradati e ingrigiti, non per le rughe che gli solcano il viso e nemmeno per le spalle larghe che si sono incurvate. Qualcosa è cambiato nello sguardo, qualcosa si è spezzato. Nei suoi occhi c’è rassegnazione, come se dopo tanti anni si fosse arreso. Quello sguardo triste stona con il sorriso che sembra non voler abbandonare la sua bocca.
-Non lo so ancora. Comunque non ti preoccupare, è soltanto un problema mio- dico alzando gli occhi dalla pistola.
Lui mi fissa stupito, c’è amarezza nella sua voce. -È un problema nostro.
Inserisco il caricatore nell’Astra, e lo spingo col palmo della mano. Il rumore fa sussultare Paco e mi sembra strano: non è certo un suono inconsueto, per lui.
-Perché nostro?
-Beh, io vengo con te, no? Non vorrai abbandonarmi dopo aver fatto tanta fatica per liberarmi…
-Non credo che sia una buona idea- dico mentre smonto lo Sten e lo ingrasso.
-Ma io… io pensavo che mi avresti portato con te, in Francia, per farmi entrare nel tuo gruppo. Ho sentito di quello che avete combinato… Non si parlava d’altro, a Barcellona, solo Sabaté ne ha fatte più di voi.
Non rispondo e continuo l’opera di manutenzione.
-Ci pensi? Insieme come ai vecchi tempi.
Poso lo Sten, impugno la pistola e la metto in equilibrio sul ginocchio.
-I vecchi tempi sono finiti, Paco. Finiti per sempre.
Lui non risponde. Mi fissa, e poi sposta lo sguardo sulla pistola. Con un movimento impercettibile riporta gli occhi su di me.
-Che c’è, germà? C’è qualcosa che non va, fratello?
Tiro indietro il carrello e tolgo la sicura, per puntare la pistola contro di lui. Paco mi fissa, ma non dice nulla.
-Perché insisti? Perché vuoi venire con me?
Lui sembra non capire, allora ripeto la domanda.
-Roberto, pensavo che…
Lo guardo negli occhi e lui si interrompe.
-Perché mi hai tradito, Paco?- dico a bassa voce, come se nemmeno io volessi sentire il suono di quelle parole.
Lui non dice niente. Fissa la pistola, evitando di guardarmi negli occhi. Dunque è vero. Lo sapevo, ma non volevo crederci. Non potevo crederci.
-Lo sapevi?
-Lo sospettavo- dico con rabbia. -E comunque era tutto così assurdo… La casa nel Barri Gotic, soltanto due uomini di guardia, e per di più due sbarbati inesperti, nessuno per strada. Troppo facile.
-Sapevo che non ci saresti cascato.
Continuo a puntargli la pistola contro il viso. Non c’è paura nella sua espressione. La finta allegria è scomparsa, ma in un certo senso appare più sereno. Più disteso, come se si fosse liberato di un peso insopportabile.
-Perché mi hai tradito?- ripeto, e non c’è più rabbia nelle mie parole.
Lui abbassa di nuovo gli occhi.
-Ti ho tradito. Non c’è altro da dire. Il motivo non è importante.
-È importante per me!- urlo.
Lui sembra scosso dalla mia reazione, ma non dice nulla.
-Allora? Vuoi dirmi perché lo hai fatto?
Lui sorride, ma questa volta è un sorriso triste, stanco.
-Lo so. Tu vorresti che ti dicessi che mi hanno costretto, vorresti che ti raccontassi di torture, ricatti… Ma la verità è un’altra…
La sua voce è quasi un sussurro. Ho paura di quello che sta per dirmi, ma voglio sapere...
di Donald Datti

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