Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte III)



Dopo un quarto d’ora esco dal bar, con la conferma di ciò che già sapevo. Quello che non capisco è perché. Perché la polizia dovrebbe tenere un uomo come Paco in un normale appartamento del Barri Gotic. È una trappola, forse pensano che qualcuno tenterà di liberarlo e la zona sarà infestata di sbirri.
Cammino fino a Plaça de Catalunya, e mi tornano in mente gli scontri del maggio 1937, davanti all’Hotel Falcon, la Guardia Civil e gli stalinisti che assaltano la Centrale Telefonica controllata dalla CNT, e all’improvviso quelli con cui avevi diviso le fatiche della guerra, erano diventati i nemici.
Arrivo nella piazza, sotto il peso dei ricordi, un peso difficile da sostenere. Ma devo prendere una decisione. Forse è una trappola, ma Paco era il mio migliore amico. Decido di tornare verso Plaça Reial, o meglio, Plaza Real, dato che Franco non permette più l’uso del catalano, attraverso i vicoli del Barri Gotic. All’altezza della casa indicata da Fernando mi fermo di osservare le vetrine di un bar, come se avessi voglia di bere ma qualcosa mi trattenesse. Lancio un’occhiata alla finestra del primo piano e scorgo un’ombra dietro la tenda: un uomo che sorveglia la strada. Quanti possono essere lì dentro? Due, tre, forse di più, ma non importa. Ormai ho deciso.
Entro nel portone, salgo le scale con calma, busso alla porta e mi sposto di lato. Una voce dall’accento galego mi chiede qualcosa che non capisco. Probabilmente una parola d’ordine. Estraggo lo Sten dalla sacca e lascio partire una raffica che manda a pezzi un buon quarto di porta. Sento un gemito e un tonfo dall’altra parte. Sfondo quel che resta con un calcio e mi ritraggo in tempo, mentre molti proiettili, troppi proiettili vanno a conficcarsi nello strato di calce della parete opposta. Ma il tempo è contro di me e devo rischiare. Entro dentro la stanza a testa bassa, un’altra raffica mi passa sopra la testa. Inciampo in un corpo insanguinato, e mi butto a terra, le schegge della porta scricchiolano sotto di me, poi sento il rumore del percussore che scatta a vuoto e alzo gli occhi. Di fronte a me un giovane, occhi scuri pieni di terrore, sta armeggiando con un fucile mitragliatore. Non è inglese come il mio, ma altrettanto micidiale. Ma il suo ha un difetto: il caricatore troppo piccolo. E lui ha sprecato tutti i colpi, ingenuamente, ma continua a guardare l’arma senza capire perché non spara. Getta il mitra a terra e mi guarda tremando. Mi avvicino lentamente, in silenzio, poi lanciò un’occhiata al resto dell’appartamento. Sul tavolino ci sono i resti di un pranzo consumato a metà, una bottiglia di vino, un giornale. La pistola è posata vicino al giornale. Lui la guarda, poi guarda me e impallidisce.
-Non farlo- dico a bassa voce.
Lui scuote la testa e apre la bocca, ma non dice nulla. Conosco quella sensazione, perché l’ho provata tante volte, quando la paura ti morde le viscere non riesci a parlare.
-Dov’è?
Lui non risponde, continua a fissare la canna del mitra, ipnotizzato, e sembra non sentire le mie parole.
-Dov’è?- ripeto.
Percepisco la mia voce come un sussurro dalla sfumatura gentile, quasi dolce, e la situazione mi diverte: è buffo il contrasto fra il tono e la vista del mitra. Ma non credo che lui si diverta. Cade in ginocchio e piange.
-Per favore….- dice con un forte accento dell’Extremadura. -Per favore… per favore…
Sorrido, cercando di tranquillizzarlo.
-Dimmi dov’è, e non ti farò niente.
Lui lancia un’occhiata muta alla sua sinistra, verso una porta socchiusa. Mi domando come ho potuto essere così stupido da non preoccuparmi della possibile presenza di altri uomini in quella casa. Gli faccio un cenno con la testa. Lui si alza e si dirige verso la porta.
-Aprila con un calcio- dico a bassa voce.
Lui esegue, e si volta a guardarmi interrogativo. Gli dico di entrare e lo seguo con prudenza. La stanza è vuota, tranne che per l’uomo legato al letto. Paco. Francesc, il suo vero nome catalano, ma i compagni lo chiamavano Francisco, alla castigliana, e anche i franchisti. Come per Sabatè, lo hanno sempre chiamato così.
Mi fissa stupito e poi urla mio nome.
-Slegalo- dico al ragazzo.
Quando Paco è libero, leghiamo il giovane al posto che occupava il mio amico, poi ci guardiamo in silenzio. -Germà…- dice, ma lo interrompo con un gesto brusco.
-Dobbiamo scappare- mormoro.
Lui annuisce, raccoglie in fretta le armi dei militari e subito dopo siamo in strada. Montiamo in macchina e ci allontaniamo.
Abbiamo trovato una locanda alla Barceloneta...
di Donald Datti

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