Magazine Giovedì 13 novembre 2014

Platinette: «Barbara D'Urso? L'unico uomo della tv»

Magazine - Ha scritto il terzo libro della sua vita (dopo Finocchie, per Mondadori, e Tutto di me, Sonzogno), ma non è ancora pago/a. Nell’ultimo Sei donna? Dialogo (semiserio) sulle donne della TV (Edizioni Anordest, pagg. 168), scritto a quattro mani con Simone Gerace, già sceneggiatore di Verissimo e Amici, Maurizio Coruzzi, detto Mauro ed in arte Platinette, si mette a nudo un’altra volta, ma stavolta indirettamente, attraverso le donne della TV che conosce.

Non punge come al solito – però – anche se è già in preparazione il secondo volume della serie dove gli aculei di Mauro ritorneranno virenti come rose freschissime, aulenti dell’acume a cui ci ha abituato.
Platinette non è soltanto un’opinionista ma soprattutto un uomo/donna di cultura, che vive sempre sull’orlo dell’abisso, in cima al cono del vulcano.
È da lì che riesce a guardare meglio la televisione come luogo di lavoro, e così a giudicarla.

Nel tuo libro (con Mauro ci si dà rigorosamente del tu), hai quasi santificato la D’Urso che vince su quasi tutte le altre. Che tipo di donna è?
«Veramente è l’unico uomo che io conosca all’interno della TV, nel senso che ha veramente quattro palle. È una lavoratrice implacabile, che vive 24 ore al giorno all’interno degli studi. È difficile prenderla in castagna, Barbara. Non le capiterà mai – a differenza della Bignardi, per esempio – di farsi smascherare per non avere letto il libro di Brunetta. Dice di avere pochi amici, ma è naturale lavorando sempre in continuazione. È una mastina, si alza tutte le mattine alle 7.30 e va a fare ginnastica prima di andare in studio. Una mattina ha trascinato pure me a correre alla Martesana: allucinante. Io invece l’ho portata a cena, davanti a casa mia…Sono talmente pigro che mi andava bene lì. Lei beve un bicchiere di vino bianco ma al secondo non ci arriva neanche. È una salutista».

Come ti spieghi che vanno tutti da lei a farsi intervistare?
«È la formula del suo prodotto che funziona. Sarà discutibile quanto vuoi, ma funziona. Quando ho visto un giorno Freccero, icona della sinistra radical chic e guru della televisione andare da lei, ho capito che qualcosa era cambiato. Se poi pensi che Barbara ha cominciato come valletta a TeleMilano, capisci quanta strada la ragazza abbia fatto».

E le faccine che fa?
«Ma chi se ne frega di queste faccine! Pensa che io l’avevo conosciuta proprio grazie a una battuta che mi era uscita sui suoi occhi stretti stretti, quasi finti. Con gli ascolti che miete può fare tutte le facce che vuole».

Un altro esempio di donna sempre in work è secondo te e Simone la Cuccarini…
«Lorella è l’incarnazione della forza di volontà. Anche lei arriva da lontano. La notò Pippo Baudo a una convention dell’Algida e devo dire che all’inizio era un diamante grezzo. Una sera vado a vederla in una pièce. Tra il primo e il secondo mi invitano a salutarla in camerino: la trovo in sella ad una cyclette che pedalava!»

Un’altra grande professionista, a parte la D’Urso? Ce ne sarà pure qualcun’altra…
«Maria De Filippi. Ho vissuto ad Amici per così tanto tempo che con lei è nato un rapporto molto profondo».

E’ vero che Maria De Filippi è una che ha imparato tantissimo stando zitta?
«Sacrosanto. Maria è una voyeur della realtà, nel senso che osserva tutto e tutti in maniera quasi scientifica. Sembra che sia un poco distaccata da quanto accade intorno a lei. Ma non è così. Lei immagazzina tutto e lo rielabora ad arte nella conduzione. La Maria che preferisco resta quella che dà i numeri, ossia quando piange, si commuove, partecipa al dolore degli ospiti, quando diventa empatica. Cerca di recuperare dagli altri un po’ di se stessa».

Ti manca il Maurizio Costanzo Show?
«Tantissimo, e non soltanto per un fatto anagrafico. Era l’unica trasmissione dove potevi trovare un Nobel come Dario Fo insieme magari a otto troioni che raccontavano la loro vita su strada».

Ma oggi un prodotto così non esiste più. Ci sono format come Italian’s Got Talent (oggi si chiama Tu si que vales) oppure Tale e quale.
«I primi due secondo me sono sostanzialmente uguali. Posso dire una cosa al riguardo. Non mi piace la trasmissione registrata. Ti faccio un esempio. Quando ero ad Amici, una sera twittai in diretta una cazzata, del tipo Valerio Scanu mi ha soffiato la gonna. Scanu riprese il mio tweet immediatamente e Maria dovette darne atto in trasmissione. A Tu si que vales non sarebbe possibile, anche se invitano ad inviare messaggi e tweet: che valore ha un mio giudizio quando ormai la trasmissione è stata già girata, mi chiedo. Invece la diretta ti offre la possibilità di interferire davvero con lo spettacolo, e questo è bello. Tale e quale è un prodotto invece più datato, nel senso che ha più tradizione ed è molto più solido. Lì ci vedi davvero l’uso delle maestranze, ed una leggera crudeltà. È il confine che rende bello quel programma».

Non capisco…
«Ti ricordi quando vedevi per esempio un complesso e poi te lo facevano rivedere trent’anni dopo. I suoi membri apparivano sfatti,quasi mostruosi. Ascoltare Veronica Maya imitare Lady Gaga può essere bello, divertente ma può anche essere una Lady cagata. È un modo di ridere anche di qualcuno, sta qui la crudeltà, anche se vicino vicino c’è anche l’amarcord, una certa carezzevolezza per il passato».

Cosa ti spaventa di più?
«Alla mia età mi è venuta la paura per il ridicolo. Prima non ce l’avevo».

Perché hai molto da perdere?
«Ma figurati. Non c’ho neanche la reputazione. No, perché non voglio trasformarmi in un clown triste».

Tu sei una persona che ha compiuto una rivoluzione. Sei un autore, uno scrittore, un dj radiofonico, un attore, sei tantissime cose. Quando hai iniziato a ribellarti ?
«La mia amica Barbara Alberti mi definisce un etero mancato: non so cosa voglia dire esattamente. Invece, un mio papà, Maurizio Costanzo, mi ha sempre detto che Platinette era una specie di limite per me, una gabbia. Credo di avere iniziato ad osare già alla maturità magistrale. Portai una tesina su Gli Indifferenti, il romanzo di Moravia che aveva segnato una svolta nella letteratura italiana del Novecento. All’epoca però si potevano portare anche altre materie: scelsi L’uomo che si gioca il cielo a dadi, una canzone di Roberto Vecchioni. Non mi interessavano certe rotture tipo chitarra o Segovia, le odiavo già. Quella accoppiata mi valse quattro punti in più sul punteggio finale. Secondo me si ha successo se si osa, anche quando si sbaglia».

Uno dei tuoi libri preferiti?
«Il prete bello di Goffredo Parise».

Perché?
«Perché è un minore».

L’ultimo libro che ti ha fatto piangere.
«Mah, non piango mai per un libro. Mi commuovo per altri motivi, magari per un fatto estemporaneo. Ora però sto leggendo un libro edito da Mondadori su tutte le canzoni dei Beatles, un tomo infinito, che ne narra gli antefatti. È una lettura molto personale per me, perché mi riporta indietro nella mia vita. Comunque di solito leggo soltanto biografie».

Come mai?
«E che cazzo ne so!»

Chi farà l’Isola dei famosi secondo te?
«Io ci vedo Barbara. Molto più della Marcuzzi».

Una definizione fulminante di Simona Ventura.
«Fantastica. Peccato per quella schizofrenia che alberga in lei. Ha un doppione che la abita. Con me, nel privato e l’ho anche scritto, è stata dolcissima. Non capisco certe sue scelte professionali».

Ti manca la radio?
«No. Tra qualche giorno sarò in teatro a Varese, nel cuore della Lombardia. Sto ritornando a scrivere moltissimo come autore ed ho scritto anche molte canzoni. Sono contento di avere compiuto una piccola rivoluzione con il mio personaggio».

Una rivoluzione rispetto a quando?
«O bella, rispetto a qualche anno fa soltanto. A quelli come me – alle Feste dell’Unità – tiravano cicche accese e lattine. E manco mi pagavano perché si era tutti compagni! Quando Tim Cook ha fatto outing, ero a Radiopadania in trasmissione, senza problemi. È cambiato tutto».

Qualche rimpianto?
«Mi manca il mondo dell’infanzia. È per me un territorio davvero sconosciuto».

di Alberto Pezzini

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