Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955 (parte II)



Aspetto che si siedano a un tavolino, poi pago e esco in fretta. Uno mi lancia un’occhiata veloce. Appena fuori guardo il riflesso di una vetrina: sono usciti anche loro. Cammino lentamente, sono sempre dietro di me. Entro nel mercato e cerco di confondermi in mezzo alla folla, ma loro non mollano. Infilo una sigaretta in bocca e mi fermo di colpo, frugando tra le tasche come se cercassi i fiammiferi. Sono abbastanza vicini. In certi casi, bisogna fare l’unica cosa che il nemico non si aspetta. Se il tuo avversario è il mare diventa montagna. Impugno la Astra dentro la giacca, e col pollice tolgo la sicura, anche se non vorrei usarla dentro il mercato. Ho sempre cercato di seguire questa regola: mai morti inutili, e mai innocenti di mezzo.
La propaganda franchista dice che siamo soltanto “dei volgari banditi”. Lo ha detto di me, di Francisco Sabaté, di Facerias, di tutti gli uomini dei Gruppi di azione, anche se quest’anno Sabaté ha ridicolizzato il regime, entrando clandestinamente a Barcellona e bombardando la città con migliaia di manifestini lanciati dai tetti dei palazzi con il mortaio, riuscendo a non farsi arrestare.
Ma non hanno torto, assaltiamo banche e uffici postali, e non siamo altro che banditi, forse lo siamo sempre stati, dopotutto lo dicevano anche durante la repubblica, e in fondo anche adesso tutta la resistenza antifranchista, persino il movimento libertario, persino la CNT, continua a dirlo. Però anche se ormai frequento solo contrabbandieri, assassini, ladri e psicopatici, sono riuscito a non trasgredire mai a questa regola: mai morti inutili e mai innocenti di mezzo.
Sento passi veloci, con la coda dell’occhio vedo i due sbirri correre verso di me. Sto per estrarre la pistola quando urlano insieme:
-Fermo! Fermati o spariamo!
Un ragazzo poco lontano si mette a correre, ma inciampa in una cassetta di frutta e cade. I due lo raggiungono, calci e pugni su di lui, poi le manette stringono i suoi polsi.
-Figlio di puttana, finocchio!- urlano trascinandolo verso la Rambla.
Lo sbattono sul marciapiede, al sole, ha un occhio gonfio e il naso sanguinante. Mi dispiace per lui, ma adesso almeno posso rilassarmi.

Torno verso il Barri Xino. Il bar è ancora lì, e anche se non è prudente farlo, decido di entrare. Negli anni trenta era un ritrovo di anarchici. Anche se quelli che lo frequentavano allora sono morti, o in galera, o emigrati, sono sicuro che gli sbirri lo controllano ancora. Mi avvicino al bancone e guardo l’uomo che sta servendo da bere a due anziani clienti. Era poco più che un bambino quando frequentavo quel bar. Suo padre stava nella CNT, il sindacato anarchico, da prima di me, ed era amico di Francisco Ascaso. Morì insieme a lui il 20 luglio del ’36, quando il gruppo di Ascaso assaltò la caserma delle Atarazanas, in fondo alle Ramblas.
Mi appoggio al bancone e ordino da bere a bassa voce. Lui mi serve quasi senza guardarmi, ma non può ricordarsi di me dopo tutti questi anni, e con la barba, gli occhiali e i capelli molto più lunghi.
-Ciao, Fernando. Come stai?
Mi guarda stupito, e mi chiede se ci conosciamo.
-Non ti ricordi di me?
Lui accenna qualche parola di scusa, poi si blocca e mi guarda fisso, investito da una tempesta di ricordi lontani.
-Roberto?- mormora.
Lo guardo e annuisco, poi svuoto il bicchiere, e glielo porgo.
-Un altro- dico osservando divertito il suo stupore. Mi versa il liquore e la sua mano trema un po’. Somiglia molto a suo padre, la stessa faccia da bambino che sembra appiccicata per sbaglio in un corpo troppo grosso, le stesse mani gigantesche e impacciate, la stessa goffaggine nel muoversi, gli stessi capelli lisci, quasi biondi, che rivelano un’origine nordica. L’unica cosa diversa è lo sguardo, quello sguardo duro e tagliente, difficile da sostenere: lo sguardo che non ha ereditato dal padre.
-Roberto…- ripete. -Quanto tempo… Che ci fai qui?
Mi accomodo su uno sgabello: una buona scusa per guardarmi in giro con discrezione.
-Sono venuto per Paco.
Lui si morde il labbro inferiore.
-Hai già saputo?- dice lanciandomi uno sguardo obliquo.
-Sì. Ma ho pensato che potessi dirmi qualcos’altro.
Dopo un quarto d’ora esco dal bar, con la conferma di ciò che già sapevo...
di Donald Datti

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