Magazine Venerdì 1 novembre 2002

Barcelona 1955

A mio padre

“Fateci vedere come si muore, voi, che avete sempre ucciso gli altri”.
“Non è necessario che ci insulti” disse un altro civil. “Noi sappiamo come si muore”

(E. Hemingway - Per chi suona la campana)

It has to start somewhere
It has to start sometime
What better place than here
What better time than now

(Rage Against The Machine - Guerrilla Radio)

La donna è minuta, il volto rugoso e lo sguardo inespressivo. Mi chiede in anticipo i soldi per la camera, li intasca rapidamente indicando la scala e mi precede. Sale lentamente, appoggiandosi al corrimano metallico e fermandosi ogni tre passi. Al secondo piano apre la porta e mi mostra la camera, piccola e sporca. Sopra il letto un grande crocefisso e il ritratto di Francisco Franco Bahamonde, il Caudillo de España.
Sorrido. La donna mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Scuoto la testa, e sorrido ancora, finché lei non abbandona la stanza.
Accanto al letto un tavolino e una sedia. Poso la sacca sul letto, prendo la pistola dalla giacca e la metto sul tavolino. L’esperienza mi ha insegnato che è meglio averla sempre a portata di mano. Mi avvicino alla finestra e socchiudo le imposte, e la luce del sole appena sorto filtra nella stanza creando un’atmosfera irreale. Guardo fuori, guardo il tetto di fronte alla finestra, un salto facile se dovessi scappare. Prendo la pistola e mi siedo sul letto. Nonostante la stanchezza, nonostante abbia viaggiato tutta la notte per raggiungere Barcellona, controllare l’efficienza delle armi è sempre la prima cosa da fare.
Guardo la mia Astra calibro 9. La mia sola compagna, la mia unica compagna. Lei non mi ha mia tradito, diceva il personaggio di un film americano che ho visto tempo fa. Retorico, ma vero. Anche per me, per tanti anni, la mia pistola è stata una compagna fedele. Non è difficile affezionarsi a un’arma, perché sai sempre cosa aspettarti, basta tenerla pulita e oliata, in fondo, è facile premere il grilletto di una pistola, è facile distruggere, è facile uccidere e odiare. La infilo sotto il cuscino e mi sdraio. Nonostante la tensione, mi addormento quasi subito.

Dopo quattro ore mi sveglio. Dalle finestre gli odori e i rumori confusi del Barri Xino, e io dimentico i motivi che mi hanno portato di nuovo a Barcellona, ma soltanto per poco. Mi alzo e decido di uscire. Attraverso il quartiere, raggiungo le Ramblas e, anche se so quanto sia pericoloso, non resisto alla tentazione di entrare in quel caffè. Dopo il ’39, dopo la fine della guerra civile, sono venuto raramente a Barcellona, sempre di fretta, e non ho mai potuto passeggiare con calma per le strade di questa città che amavo tanto e che ho dovuto abbandonare, vagabondare per i vicoli, annusarne gli odori, le voci, le facce, tornare nel mio vecchio quartiere e rivedere la casa in cui abitavo da bambino, due stanze per otto persone, e rivedere la casa in cui ho vissuto con Blanca, prima di entrare nella colonna Durruti. Quando anche Barcellona cadde sotto i franchisti, emigrai in Francia insieme agli altri profughi, ma per me, e per molti altri, la guerra non era finita.
Compro il giornale in una delle grosse edicole sulla Rambla e raggiungo il caffè. Quando entro mi sento sereno, e tutti gli anni di clandestinità, di violenza, di angoscia, non esistono più. Forse è stato soltanto un lungo incubo, un terribile incubo.
Attraverso la prima sala, oltrepasso il bancone e mi dirigo verso la sala grande al piano terra. Scelgo un tavolino nell’angolo sulla sinistra, per sorvegliare l’entrata e il resto del locale. Mi siedo con le spalle rivolte al muro, scrutando attentamente le facce degli avventori. Ordino un cortado, poi apro il giornale e lo sfoglio distrattamente, leggendo le notizie che passa il regime. Due ragazze si siedono al tavolino a fianco al mio, sono carine, giovani e allegre. Una è piccola, bionda, ha i capelli corti. Si siede e mi lancia una lunga occhiata indagatrice, forse le piacciono i tipi maturi, oppure si sta chiedendo perché non mi sono tolto il cappotto. Dice qualcosa alla sua amica, e mi sorride, credo siano inglesi, forse studentesse in vacanza. Ricambio il sorriso e torno a dedicarmi alla lettura del giornale. Poi entrano loro. Sono due, bruni, robusti, media statura. Hanno la camminata lenta e lo sguardo duro degli operai che ho conosciuto in Spagna e in Francia, ma non sono operai. Ho troppa esperienza per non riconoscere due sbirri in borghese con le giacche abbondanti per nascondere le pistole.
Aspetto che si siedano a un tavolino...
di Donald Datti

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