Magazine Giovedì 6 novembre 2014

1177 a.C. Il collasso della civiltà di Eric H. Cline

Archeologi subacquei al lavoro sul relitto di Uluburun

Magazine - 1177 a.C. Il collasso della civiltà di Eric H. Cline (Bollati Boringhieri, 272 pp., 24 Eur) è un saggio che si legge come un romanzo e che ha tante caratteristiche di un thriller giallo: scomparsa, mistero, suspence, tante spaventose e diverse ipotesi narrative. Un’indovinata immagine quasi tridimensionale dell’età del Bronzo, che ne ricorda gli aspetti più curiosi e divertenti, e che avvicina il lettore all’umanità di un’epoca ormai tramontata da millenni.

Eh già, perché questo improvviso collasso della civiltà –che non fu dall’oggi al domani ma durò molto meno di un secolo, nel 1177 a.C. più di tremila anni fa!– mi pare paragonabile senz’altro a una “tempesta perfetta”, un incontenibile crogiolo di tante diverse calamità che provocarono il crollo a macchia d’olio di quella che era stata la civiltà fino ad allora.

Si imputa ai Popoli venuti dal mare per predare città e terre la fine dell’Era del Bronzo. Possibile? Probabile? Oppure fu solo la causa incidentale di un evento ineluttabile? Cosa portò veramente alla fine dell’Era o meglio dell’Età del Bronzo, descritta nella prima parte del libro?
Dell’era in cui vigeva un mondo Mediterraneo fatto di dense e vivaci relazioni internazionali, dominate dai potenti dell’età del Bronzo: i faraoni egizi, i re ittiti, le élites cretesi e così via. Questi potenti erano sempre in stretto contatto tra loro, si scambiavano merci ed oggetti del massimo livello. E quindi via libera alla circolazione di artisti e artigiani di altissima qualità. Vedi la tomba del visir del faraone Thutmose III, nel XV sec. a.C., decorata con una scena raffigurante un’ambasciata dei Keftiu, probabilmente “uomini venuti del mare” in arrivo da Creta, che portano in dono oggetti di manifattura minoica.

Un lungo ma chiaro viaggio esplorativo per tutta la prima parte del libro, servendosi di tutte le principali fonti archeologiche e scritte. Subito, tanto per cominciare, il relitto di Uluburun che ha rivoluzionato quanto si sapeva prima sulle relazioni commerciali dell’epoca. Il carico rinvenuto sull’Uluburum è rappresentato da tanti prodotti trasportati dalle più disparate regioni Mediterranee. Un vero e proprio esempio di globalizzazione ante litteram. E le dieci tonnellate di rame che si trovavano a bordo ci spiegano l’inimmaginabile volume dei scambi di allora.

Già globalizzazione e internazionalizzazione… Una paurosa analogia con il nostro mondo attuale? Potrebbero essere state gli eccessi dovuti alla globalizzazione e all’internazionalizzazione le cause della fine dell’Era del bronzi?

Cosa successe veramente a partire dalla fine del XIII secolo? Quando tante delle più importanti città furono distrutte o abbandonate, una dopo l’altra. Perché? A causa di chi, o di che cosa? Terremoti, terribili siccità che portarono carestie, invasioni da parte dei Popoli del Mare. Ma in realtà le colpe di questi ultimi nella fine dell’età del Bronzo, si sono molto ridimensionate. Solo in Egitto furono descritti come pericolosi aggressori. Più che essere i responsabili rappresentano solo una faccia della stessa medaglia.

Cline infatti chiude il suo saggio con due importanti riflessioni. Invitandoci per quanto riguarda il collasso dell’Età del Bronzo a trarre conclusioni troppo facili pur disponendo di tanti gravi indizi. Le reali cause, probabilmente, sono state molteplici e le più disparate, ma ognuna, come una piccola goccia, ha scavato la roccia fino a provocare la frana. Per l’attuale mondo moderno invece, il parallelo sorge spontaneo e fa paura. La parola crisi infatti richiama spesso l’incubo della fine del mondo occidentale per come lo conosciamo. Come nel 1177 a. C. il benessere, il mantenimento del nostro attuale livello di vita sono collegati a un complesso sistema di reciprocità tra popoli e nazioni. Civiltà complesse, con complicati meccanismi in gioco ma che, anche per questo possono essere messe facilmente a rischio di crisi.

Anche se oggi ci pare arduo prevedere un possibile collasso del sistema e valutarne le cause, forse dovremmo decidere di vivere la nostra quotidianità più consapevolmente e più realisticamente. Ipotesi di vita da scegliere? Pensiamoci!

di Patrizia Debicke van der Noot

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