Dopo la prova - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 13 dicembre 2000

Dopo la prova

Magazine - Adattare il testo, curare la regia e agire sulla scena come attore è di certo un’impresa largamente diffusa a teatro, ma una tra le più rischiose quando poi il testo parli costantemente un linguaggio metateatrale. Gabriele Lavia ha spesso praticato questa strada ma per l’occasione rende complicato il lavoro di fruizione dello spettatore. Facciamo un passo indietro. Il testo Dopo la prova è l’adattamento (e traduzione) della sceneggiatura dall’omonimo titolo, che Ingmar Bergman scrisse per la televisione nell’83, e presentò a Cannes l’anno successivo. Il film definito cinema da camera o esempio di teatro televisivo venne poi distribuito nelle sale e in videocassetta. Essendo un film privo di azione traeva la sua forza dalla buona collaborazione tra gli attori (Erland Josephson, Ingrid Thulin e Lena Olin). Così come nel film, il triangolo di dialoghi e situazioni ruota intorno alla figura di un regista di successo che, fermatosi dopo la prova de il Sogno di Strindberg, si addormenta sul palco e tra il sonno e la veglia incontra sia la giovane interprete del suo spettacolo che la figura spettro-carnale della sua defunta amante - anche madre della ragazza. Lavia, che è al suo secondo intervento su un testo del regista svedese - il precedente lavoro era rivolto a Scene da un matrimonio - sostiene di essersi “rispecchiato in maniera violenta” per questo l’ha scelto e l’ha utilizzato “per alcune sue confessioni”. Le sovrapposizioni di ruoli si succedono senza fine nella realizzazione di Lavia, che sfrutta in parte materiale autobiografico, e dunque carica ulteriormente un testo che Bergman considerava già sintesi della sua vita e della sua professione. Si è detto di una certa difficoltà di lettura che nasce certo da un testo denso di rimandi ma anche da una non completa chiarezza della precedenza dei ruoli che Lavia assume. Viene per esempio da chiedersi perché quando l’attore Lavia nei panni del regista Henrik Vogler critica le luci da palcoscenico in favore di quelle da prova ci sia comunque un continuo alternarsi di luci che presumibilmente ha deciso il regista Lavia e che in altri casi sembra identificarsi con il regista Henrik, mentre in questo caso apparentemente dissente. Non è chiaro? No, ma non lo è nemmeno sulla scena. Un altro esempio di confusione di ruoli senza un proficuo messaggio per quelli seduti in platea riguarda la recitazione. La scelta ormai divenuta regola è in favore di una dizione piatta priva di retorica, ma perché tanta fretta? La velocità della recitazione mostra la grande abilità dell’attore Lavia nel non sbagliare la pronuncia della più insignificante sezione di parola, ma quale significato intende trasmettere? E poi perché tentare uno svelamento del codice recitativo se poi nei momenti di rabbia si vanno a recuperare moduli retorici dai toni aspri a loro volta abbandonati in fretta come costumi che si cambiano senz’ordine? Inoltre non tutti rispettano la regola del recitar piatto. Raffaella Azim nel ruolo di Rakel, per altro molto efficace, si appoggia ad una recitazione passionale, fatta di veemenza retorica e slanci sensuali che ben ritraggono il suo personaggio, ma essendo spirito non sarà un po’ troppo carnale? Come Icaro volò troppo in alto sfidando il sole, così Lavia per la voglia di superare il limite umano nei confronti dell’ubiquità, ottiene un effetto surreale contraddicendosi: il regista battibecca con l’attore e viceversa, ma – e c’è sempre un ma – dice lui “io non sono un attore che fa il regista, sono un regista che fa l’attore”. Lavia Lavia e ancora Lavia, difficile emergere al suo fianco. Arduo il compito di Federica Bonani di affiancarlo. L’attrice riesce tuttavia a sostenere il suo personaggio un po’ marionetta, che viene gestito da mani altre eppure conquista la debole forza dell’immaturità sostenendo con grazia il petto nudo di fronte ad un lungo monologo di Henrik. Comunque, lo spettacolo ha dei momenti di grande forza dove il testo bergmaniano parla senza essere pronunciato e tra i grigi della scena di Carmelo Giammello racconta molto di più di quello che sembra. E così quando il telo grigio svela una miriade di oggetti-ricordi la metafora del teatro nel teatro e della vita che con esso si fonde diventa esplicito messaggio articolato con la semplice asciuttezza di un gesto.

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