Magazine Martedì 28 ottobre 2014

Se sono obesa, non dite che è colpa mia

Domitilla Melloni autrice di Forte e sottile è il mio canto

Magazine - «Chi soffre della mia malattia, l'obesità - che poi sono tante malattie messe insieme - soffre perché deve nascondersi oppure assoggettarsi all'unica visione possibile e mortificante, quella dell'obeso felice perché mangia tanto».
È un peccato che non possiate ascoltare le parole di Domitilla Melloni. Il suono della sua voce dà ulteriore senso a quanto scrive in Forte e sottile è il mio canto. Storia di una donna obesa (Giunti, 2014, pagg. 208, 12 eur) il libro che ha da poco pubblicato.

Quanto è limpido e privo di tentennamenti il suo racconto di cosa significhi «vivere in un corpo che non ti somiglia», «guardarsi e non trovarsi», «non riuscire ad amare niente di sé, né dentro né fuori», tanto è tortuosa e contorta la strada che l'ha portata dopo anni di sofferenze a «una bonaria accettazione nel riconoscere me stessa in quella forma».

Il libro di Melloni si apre con una tabella che ci spiega come e perché una persona venga definita obesa. A stabilirlo è un parametro detto BMI, acronimo di origine inglese che sta per Indice di Massa Corporea. Lo si calcola dividendo il peso per il quadrato dell'altezza, 6 le categorie contemplate, da sottopeso a obesità di terzo grado. Se nel primo caso l'indice è inferiore a 18, nel secondo è superiore a 40.

Questi valori sono la fredda aritmetica con cui gli obesi convivono. Quello che arriva a chi sta fuori è solo «lo scrigno», come lo definisce l'autrice, dentro cui un corpo è rinchiuso. Una barriera respingente che fa dire a tanti: "Quella persona mangia troppo", "Dovrebbe fare più sport" o ancora, "Non sa controllarsi". Domitilla Melloni lo sa molto bene perché se l'è sentito dire da persone vicine a lei e anche da medici. E fra le ragioni che l'hanno convinta a scrivere un libro c'è il «bisogno di parlare di obesità come patologia per scardinare i pregiudizi di cui noi malati siamo oggetto».

L'equazione obeso = grande mangiatore è sempre sbagliata?

«Dentro alla pluralità enorme di fattori che determinano l'obesità c'è sicuramente un regime alimentare sregolato. Ma ridurre l'obesità al fattore cibo è fuorviante. Nel mio corpo c'è qualcosa che lo induce a immagazzinare cibo in modo diverso dalle altre persone. Per anni mi sono colpevolizzata perché se ero obesa, era colpa mia che non riuscivo a controllarmi. Uscire da questo mentalità è stato difficilissimo. Ricordo un episodio: ero nello studio del dottore di cui parlo nel libro. Insieme a lui c'era una sua collaboratrice, magrissima. "Pensa davvero che la dottoressa diventerebbe obesa se mangiasse tantissimo?" mi ha detto lui. Questo presa di coscienza per me è stata sconvolgente».

Che è successo dopo?

«Vivi per 44 anni in uno stato di colpevolizzazione pesante, poi arriva qualcuno che ti spiega che non è così. Scopri che soffri di ovaio policistico e il tuo pancreas brucia 7 volte più insulina di una persona che non ha problemi. Una rivoluzione copernicana, tutte le certezze ribaltate e ti ritrovi con una sensazione che non è affatto di sollievo, ma di gigantesca confusione. Tutto quel caos l'ho preso in mano e mi sono data un anno di tempo per scriverne. Ho voluto che il disorientamento "facesse luogo" come dico io. Non sono partita da zero, comunque. Avevo i diari e molto materiale che avevo raccolto nel corso del tempo».

Raccontarsi in un diario è qualcosa che si fa per sé. Scrivere un libro che andrà con le sue gambe per il mondo è un altro. Nel tuo caso poi racconti una storia molto personale e dolorosa. Come sei arrivata a questa decisione?

«Scrivere è servito per separarmi dalle cose, renderle oggettive e elaborarle. È stata indubbiamente l'esposizione di un dolore, ma mi sono chiesta: che senso ha censurarmi se voglio essere d'aiuto a qualcuno?».

La parte più dura del libro è sicuramente quella in cui descrivi il ricovero all'ospedale. Con te c'erano persone con problemi simili ai tuoi, se non più gravi. Le descrivi talvolta con nettezza, senza nascondere che quello che vedi in loro non ti piace per niente.

«In ospedale ho visto la parte di me che non avrei voluto vedere, quello che non avrei voluto essere. E non mi posso permettere di giudicare chi era lì con me in quel momento. L'ho raccontato perché, come diceva San Paolo, quello che fai ignorando la parte più difficile di te, lo fai contro di te».

Tu sei analista filosofa. Ti sei posta il problema della possibile reazione delle persone che vengono da te in studio?

«Mi sono domandata se questo libro fosse una violazione alla neutralità dell'analisi. Se lo avessi segnalato agli analizzanti senza dubbio sì, ma non è stato così. Alcuni l'hanno visto, me ne hanno parlato. Altri non sanno nulla. Penso che in fondo dimostri che è proprio vero quello che dico loro all'inizio dell'analisi: è una ricerca di senso quella che facciamo insieme, la sto facendo anche io su di me, tutt'ora. Perché la mia vita è l'esperienza principale che mi è dato di compiere, non quello che leggo, o quello che scrivo né quello che so».

Hai intitolato il libro Forte e sottile è il mio canto. A un certo punto scrivi: «Non poteva accadermi niente di male quando il corpo, lo spirito e la voce cantavano insieme». In che modo cantare ti ha aiutata?

«Ho trovato nella voce il mio agente di organizzazione interna, quello che mi ha tenuto assieme. Per me dentro alla voce c'è sempre il gesto d'amore, di condivisione che ho conosciuto cantando con i miei genitori».

Cosa pensi di trasmissioni come Extreme makeover diet edition che spettacolarizzano il dimagrimento con tanto di passerella finale al termine del ciclo di training?

«Non le guardo. Mi fanno stare troppo male. Quello che è sbagliatissimo è che ci sia un solo standard "giusto" per il corpo perché porta alle persone che non ci rientrano una quantità di dolore e sofferenza enormi».

di Lorenza Delucchi

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