Magazine Venerdì 25 ottobre 2002

Melina Stellina

“Mamma, che fame! Ora passo dal cinese e… via! Una bella porzione di maiale in agrodolce! A casa ho due marinarette pronte per fare una degna scarpetta, alla faccia del fatto che sono già le dieci di sera e che il mio stomaco potrebbe aversene a male… ueh, ueh! Musica dal Ducale? Mo’ mi appropinquo, due minutini, solo per vedere…”.

In quella, in Piazza Matteotti, all’altezza dei cassonetti della rumenta, una voce mi attira.
“Scusi, signorina: mi avvicinerebbe quella cordicina?”
“Dice a me?”
Una signora di una cinquantina d’anni, piccola, coi capelli corti, il viso pallido, un k-way nero indosso, mi fa cenno di avvicinarmi: ha in mano una bobina, con il nastro di questa sta legando fra loro i container della raccolta della carta.

“Quale corda, scusi?”
Mi indica il cappio in acciaio che serve per sollevare le campane. Io, alta almeno venti centimetri più di lei, lo afferro con facilità, lo avvicino alle sue mani. Mi accorgo delle sue unghie nere, mangiucchiate, delle dita scorticate. La donnina mi fissa sorridente, riprende a parlare: ha l’accento genovese.
“Io atterro i governi e li butto dove mettono i quaderni!”, esclama, indicandomi i cassonetti.
“Come?”, bisbiglio interdetta.
“Devi vivere con i piedi per terra, un occhio al sole, curare l’acqua!”, continua, sorridente, accavallando le parole per la concitazione.
Sorrido anch’io. “Ahia- penso- una mezza squinternata… però… non dice mica cose brutte…”.
Affondo nella giacca di jeans e, a braccia conserte, la ascolto. Non ricordo con precisione tutte le sue parole. Ma era sorprendente come riuscisse a costruire le frasi in rima.
“Io atterro i governi, gli metto paura, uso la loro stessa misura, i loro film stupidini che spaventano i bambini”, mi dice, agitando la bobina nera: credevo fosse nastro adesivo, in quell’istante mi accorgo che si tratta di una pellicola, di nastro per cineprese.
“Ma le scrive lei, queste cose? Dico… le rime…”, le domando, sempre più stupefatta.
Mi fissa con gli occhi spalancati, cordiale: “Io non le scrivo: le detto, ed ecco dove le metto!”, si avvicina ancora ai cassonetti.
“Hai fretta, o puoi rimanere?”, mi domanda.
“Eh, devo ancora mangiare…”. Contagiata dalla poesia spicciola!
“Allora lascia che ti dica ancora due cose: io sono Melina, la tua stellina, piccina, carina, che ti starà sempre vicina! E vorrei regalarti un pezzo del mio cuore, con tanto amore!”: infila una mano nella tasca del k-way.
In quei due millesimi di secondo, ho formulato inquietanti immagini prese a caso da Dylan Dog o da film come Seven. Roba del tipo: Melina Stellina mi accoppa con il rasoio del nonno e mi strappa il cuore con le nude mani.
Niente di tutto questo. Mi porge un cuoricino di carta rossa, ritagliato da un foglio di cellulosa riciclata. Lo afferro con un’espressione stranita del viso: “Grazie! Grazie davvero. Che carino…”.
“Mangia la frutta, vivi sempre CON la terra, un occhio al sole!”
“Devo andare, mi dispiace”
La saluto con la mano, amichevolmente. Melina Stellina ricambia il mio gesto. Sempre sorridendo, ritorna ai suoi cassonetti. Pochi minuti dentro il Ducale, poi di corsa al take-away cinese, disobbedendo ai principi vegetariani impartitimi poco prima. In fondo alla piazza, intenta a legare le rotelle dei cassonetti con la bobina nera, c’è ancora Melina.
24 ore dopo, corridoio della Casa dello Studente di Corso Gastaldi. In una delle bacheche, tra i mille annunci che offrono camere doppie, biciclette, libri usati, scorgo una specie di stella di carta, appiccicata al compensato: su ogni punta, poche parole, alcune in rima (“braccio/ abbraccio”, “amore a tutti!”) , bic blu, grafia incerta; al centro, un cuoricino rosso, ingentilito da un rametto di fiori secchi fermato da una puntina colorata. In un angolo, una firma: Melina. Sorrido.

teardrop
di Donald Datti

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