Magazine Giovedì 24 ottobre 2002

Preferisco la biro

Magazine - «Il mio rapporto con la tecnologia è un po’ primitivo: uso i vantaggi della modernità con una certa pigrizia».
Edoardo Sanguineti è romanziere, saggista, docente universitario (ormai in pensione), drammaturgo, librettista d’opera. Ma soprattutto è un poeta (uno dei più rivoluzionari e innovativi del ’900) che ama scrivere con la biro i suoi versi («almeno la prima stesura») e poi batterli a macchina.
«Ho anche il computer, era di mia figlia, ma non lo uso. So che avrei mille vantaggi, ma ormai ho quasi 72 anni, ho assunto un certo ritmo, un’abitudine consolidata difficile da cambiare. Per me scrivere a macchina è anche un modo per rielaborare un testo. Non sono veloce a battere a macchina, mentre lo faccio ho tempo di ripensare quello che scrivo. Un tempo usavo una specie di calcolo superstizioso: ogni volta che facevo un errore ricominciavo da capo. Intanto mi venivano in mente delle variazioni, delle correzioni da apportare».

Ma Sanguineti è anche un grande intellettuale che ama guardarsi attorno con curiosità, scoprire cose nuove, tenersi informato. Non naviga in Internet (si definisce “arcaico”), ma ammette che il futuro dell’informazione è nella Rete.
«È ancora presto per capire quali sviluppi potrà avere in tempi brevi, ma bisogna ammettere che come ricchezza di informazione è un elemento assai rivoluzionario, aperto a sviluppi e a innovazioni continue. Permette il superamento dei problemi legati a spazio e tempo. Le potenzialità di internet e della tv via satellite sono planetarie».

L’accusa che più spesso si rivolge all’informazione on-line è di non essere attendibile. Internet è il luogo della libertà assoluta, dove i controlli sono minimi...
«Sì, ma la qualità dell’informazione non è garantita dal fatto che la trovo su un libro o su un quotidiano. Posso comprare un libro pubblicato da una rispettabile casa editrice e poi scoprire che è pessimo. Da questo punto di vista internet non è sospettabile più di altri mezzi. È solo una questione di percentuali: si devono selezionare i siti che offrono garanzie di credibilità e affidarsi a quelli. Ma del resto le vie della menzogna sono infinite, e non passano solo dal web.
La vera distinzione da fare è tra informazione e cultura. Penso che la cultura sia ancora da ricercare nei luoghi tradizionali. Non credo che il libro sparirà, e neppure le biblioteche. Su internet possiamo trovare tutto il Petrarca in un’ottima trascrizione, come su un libro, ma non per questo deve sostituirlo. È come quando si diceva che il teatro sarebbe stato soppiantato dal cinema o dalla televisione. Non è stato così. Però cinema e televisione hanno aiutato tanti italiani a imparare la lingua in un periodo in cui la popolazione era poco alfabetizzata e parlava quasi esclusivamente dialetto. E poi penso a quale malinconia e solitudine dovevano provare le casalinghe da sole in casa prima che arrivassero radio e tv».

I nuovi mezzi di comunicazione stanno cambiando anche la lingua. E magari le abitudini: con e-mail, sms e chat line si torna a scrivere per comunicare?
«È ovvio che mutare il mezzo significa anche mutare il linguaggio. Ma i messaggini utilizzano abbreviazioni che esistono già da molto tempo, tipo T.V.T.B., o addirittura forme linguistiche delle origini, come la “K” invece del “CH”: siamo tornati al “Sao ke kelle terre per kelli fini…”.
Riguardo al ritorno alla scrittura, non penso che queste nuove forme siano un risarcimento di quelle "vecchie". Sono un modo per comunicare efficace, ma non soppianteranno il diario o la lettera. È una questione di qualità della comunicazione. Anche perché l’evoluzione tecnologica impone ritmi frenetici: se mi arriva una e-mail si suppone che la legga subito e risponda, per me è angosciante. Se avessi un figlio di 10 anni lascerei che usi anche gli strumenti più iperbolici, telefonini con videocamere e gli ultimi ritrovati, magari consigliandogli di farlo con saggezza. Se avessi 10 anni io, li userei, probabilmente senza saggezza».

di Donald Datti

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