L'America armata di Michael Moore - Magazine

Cinema Magazine Mercoledì 23 ottobre 2002

L'America armata di Michael Moore

Magazine - Uscendo dal cinema, la prima cosa che mi sono chiesta è stata: verranno le scuole a vedere questo film?
Quella che ieri era una semplice domanda in chiusura di serata, questa mattina è diventata un’urgenza. Credo che tutti e, in particolari i ragazzi, dovrebbero vedere questo film-documentario sulla diffusione delle armi in America e sulla violenza che con esse viene perpetrata in diversi stati.

Nonostante sia un documentario, affronti il tema delle armi in modo critico e punti il dito sulla vendita di proiettili in grandi centri commerciali, ai botteghini in America sta avendo un forte successo e tiene testa alla massa inarrestabile di produzioni Hollywoodiane.
Ieri sera purtroppo eravamo una manciata di interessati, direi tra le sette e le dieci persone. E la voglia di chiamare i Presidi non mi è ancora passata.

È un film scorrevole, che adotta diversi tipi di narrazione: passando dalla vera e propria indagine sul campo con il regista in azione, al cartoon, al montaggio ejsenstaniano, fino all’inclusione di immagini tratte da telecamere a circuito chiuso in scuole o altri ambienti che sono scenario di violenza.
Non è necessariamente un film di parte. In realtà l’inchiesta di Michael Moore lascia spazio all’oggettività, non propendendo mai per una risposta definitiva alla tematica. Moore fa domande, ricorda eventi del passato, incontra chi è a favore delle armi e chi invece le rifiuta. Incontra persino Charlton Heston (scomparso di recente) - per molto tempo a capo della National Rifle Association (NRA). L'ex-attore, sull’ultima domanda, che è poi il quesito che percorre tutto il film (“Perché l’America ha un tasso così alto di omicidi con arma da fuoco?”), se ne va incapace di rispondere, inerme di fronte alla calma di Moore, alla sua mole, al suo procedere per passaggi logici mai complicati da ideologie o preconcetti.

Dove sta la forza di questo “Big one”? Nella sua grande auto ironia e nella forte naturalezza, che lo spinge ad incontrare, con la stessa flemma e la stessa faccia, il grande dirigente d’azienda, la maestra di scuola elementare testimone dell’omicidio di una bambina di sei anni da parte di un coetaneo, lo staff “a tenuta stagna” di un famoso centro commerciale americano (Wal-Mart), un poliziotto in azione, un gruppo di “common men” di giorno assicuratori, immobiliaristi, progettisti, disoccupati, ecc., nel tempo libero "milizie del Michighan" con a casa un M16.

Moore non vuole trovare una risposta allo stato delle cose, ma insinuare il suo dubbio in tutti noi sul perché di tanta violenza.
Di certo le strategie di comunicazione di media politici sono sotto accusa, dal momento che i fatti di sangue e le armi sembrano essere gli unici ingredienti del menù che la TV americana propone.
Seppure piuttosto a-partitico, Leggi l'articolo punta il dito sulle più frequenti e troppo facili giustificazioni che l’America si dà per i fatti di sangue da arma da fuoco. In realtà l'America non è così diversa dal resto del mondo in fatto di violenza: molti sono gli stati in Europa e altrove dove immani violenze sono state commesse nel recente passato; l'America non ospita, più di altri stati, una comunità etnica particolarmente mista; non è neanche l’unica a lasciare tanto libero accesso all’acquisto di armi da parte di privati.
Ma allora perché dai bambini di sei anni agli adolescenti, per citare solo i casi più gravi e sconvolgenti, e in questi giorni il misterioso cecchino (?) di Washington, c'è sempre qualcuno che gioca al rialzo sulle statistiche degli omicidi da arma da fuoco laggiù?
L'importante è chiederselo, non avere una risposta.
Dopo i titoli di coda si suggerisce di scrivere al regista al sito www.michaelmoore.com

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