Magazine Martedì 22 ottobre 2002

Aspettando Salinger

Il suo sogno nel cassetto è quello di intervistare J.D. Salinger. Nell’attesa, Raffaella Grassi, giornalista che ha circa trent'anni e vive a Genova, ha chiamato il suo gatto Holden e collabora con il Secolo XIX.
«Ho cominciato con uno stage, subito dopo essermi diplomata alla scuola di giornalismo, qui a Genova» racconta. «Ero in cronaca. Poi, quando è finito lo stage, ho iniziato a collaborare alla pagina di cultura e spettacoli». Ma il suo esordio nel campo del giornalismo risale ai tempi dell’università, quando frequentava Lettere (si è laureata con una tesi in Letteratura Teatrale).
«Con un gruppo di amici abbiamo fondato La magnifica ossessione, una rivista di cinema». Il mondo della celluloide è la sua grande passione: «Un giorno vorrei poter scrivere solo di cinema, dalle critiche alle interviste. E soprattutto i festival: per il momento seguo Venezia e Pesaro, ma mi piacerebbe andare anche a Berlino, a Locarno, a Cannes…».
Intanto si gode il momento d’oro della Hollywood made in Zena. È un’assidua frequentatrice del set degli Indesiderabili, il film che sta girando in questi giorni in città («è interessante che abbia deciso di ricostruire una Genova d’epoca e, addirittura, di girare qui alcune scene ambientate a New York»), ma pensa anche alle produzioni locali: «Bisogna ammettere che qualcosa si è mosso. Si girano molti spot e tanta fiction. Però mancano ancora progetti giovani e indipendenti. Dopo Leggi l'articolo ci si aspettava un boom che non c’è stato».

Del suo mestiere ama il contatto con la gente, la possibilità di conoscere registi, attori, scrittori, addirittura premi Nobel. «Ricordo quando ho pranzato con Lawrence Ferlinghetti. È un personaggio incredibile. Io gli facevo le domande e mi rispondeva con un misto di italiano e inglese. Diciamo che ho dovuto decriptare l’intervista: gli ho chiesto cosa ne pensava dei no-global e lui ha risposto “è una cosa terribile”. Credeva parlassi della globalizzazione». Un altro ricordo particolarmente piacevole è legato a un articolo degli esordi: «Ero andata a una serata organizzata dal Circolo Viaggiatori del Tempo. L’articolo che ho scritto ha dato visibilità a una nuova realtà, che poi ha saputo affermarsi. Claudio Pozzani, ogni volta che ci incontriamo al Festival Internazionale di Poesia dice che gli ho portato bene». Il giornalismo le ha regalato grandi soddisfazioni, ma anche qualche imbarazzo: «Quando ero agli inizi, ai miei colleghi della cronaca è venuto in mente di fare un’inchiesta sui posti dove i ragazzi fanno l’amore. Con una mia collega ci siamo appostate all’uscita del Burghy e abbiamo cominciato a fare domande. Ci hanno dato risposte assurde. Ma dopo un po’ ti abitui e fai di tutto».

Il nome di Raffaella non ricorre solo sulle pagine del Secolo XIX e delle riviste sulle quali saltuariamente scrive. È autrice di poesie, sceneggiature per cortometraggi e racconti (compare in diverse antologie. Tra le altre, Parole di Carta, edito da Marsilio, e Il lavoro, sull'ultimo numero di Nuovi Argomenti) e un’attiva promotrice culturale: «Collaboro con il Centro Universitario Cinematografico. Negli anni ’70 era animato da Enrico Ghezzi, poi ha languito negli anni ’80. Ora lo abbiamo ripreso e ogni anno proponiamo un ciclo a tema, aperto a tutti. Prima Film maffi, sul cinema giovanile, poi Cinema d’emigrazione. Il ciclo di quest’anno si intitola Cinema e Maccartismo, e comincerà il 30 ottobre». Ma non è tutto: «Faccio parte anche del Cineforum Genovese, che raccoglie l’eredità dell’Arecco. Cominceremo la programmazione il 5 novembre, all’America».
di Donald Datti

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