Magazine Lunedì 20 ottobre 2014

Andrea B. Nardi e la sua città degli angeli

© Toni Blay / Flickr.com

Magazine - È così che capita. Pjotr Fuen Liin, quarantaquattro anni mescolati in due razze, padre cambogiano mamma boema, da piccolo sempre difficile spiegarlo, quegli altri tutti cinesi coi capelli lisci, e poi a Brooklyn meglio, ognuno si faceva gli affari suoi ma ogni tanto veniva fuori ’sta cosa dello slavo cogli occhi a mandorla, perfino ora dopo tanti anni, ma di sicuro neanche se ne ricorda e non c’è più tempo per occuparsi delle stupidaggini del prossimo.

La vita ormai è stata. Il suo viso, il suo animo, le rughe. Ha le mani serrate forte dentro le tasche del giubbotto. Pjotr Fuen Liin, piove a dirotto, piove piove gocce grandi come pezzi di cielo intero che si stacca e pesante ti s’infradicia addosso. Ha lasciato l’auto nel posteggio deserto, neppure si vede la passeggiata di Long Beach di fronte, oltre quella balaustra c’è il lungomare di legno mezzo sconnesso, la spiaggia larga, l’oceano, e in fondo da qualche parte il cielo, ma non si capisce niente, solo pioggia fitta color rabbia.

Pjotr è bagnato come non crede d’essere mai stato. Si avvicina al parapetto che dà sulla battigia. Una volta qui era tutto diverso. Ora, anche se non diluviasse, farebbe schifo uguale, coi palazzi di lusso in oblio e le auto abbandonate. Nessuno che ci venga più.
La sabbia gelida, il mare grosso. I capelli gli colano acqua sulla fronte e sulle guance. Guarda vitreo le onde, le dita strette alla ringhiera. Se l’era chiesto tante volte nel corso della vita come sarebbe stato. Adesso lo sa.

Sebastian guarda Pjotr Fuen Liin voltato di spalle, si siede su una panchina mezzo sfondata distante una quindicina di passi, anche lui sotto l’acquazzone. Rimane fermo, le gambe parallele sotto il lungo cappotto, le mani incrociate in grembo.
Fissa la schiena dell’uomo che si sta bagnando in piedi lì davanti. Stringe gli occhi. Possibile che sia solo questo? E tutte quelle ore quei giorni tutto il tempo in cui avevi sperato avevi rimandato pensavi di avere tempo, e adesso qualcuno viene a dirti che no non è così e il sacrificio tremendo che ci hai messo e adesso che fine fa, era pur qualcosa eri tu con le tue cose, le tue piccole cose fatte, e invece? Madre mia ma come è stato possibile?

Sebastian vede sé stesso alzarsi. Sebastian vede sé stesso scaraventarsi contro qualcosa dietro a Pjotr che non sa nulla, non sente niente. Lo slancio iniziale è tutto, è fondamentale. Le ali dell’arcangelo Sebastiano si tendono allo spasimo, dritte, e nervi lungo il corpo, come se avesse un corpo, tutto nudo contratto nella carne. Sebastiano, s’invola si tuffa basso verso i piedi di Pjotr Fuen Liin sfiorando nel lampo il suolo, poi s’inarca e schizza oltre la sua testa, si volta e s’arresta a mezz’aria al di sopra dell’uomo ignaro. Immobile, le ali si aprono più che possono, lente.
Sebastian è ancora seduto sulla panchina. Pjotr ha il capo abbandonato contro il petto, la pioggia gli calpesta la nuca, il collo.

Ali bianche d’argento, gigantesche, penne dalla punta nera lucida della notte infinita. Sebastiano spalanca braccia e gambe, come se avesse braccia e gambe, sospeso qualche metro sopra l’uomo, una distanza senza fine sopra l’uomo, Sebastiano chiama a sé muscoli e forza, preghiere e nobiltà, ma soprattutto chiama a sé la voce che ha imparato all’inizio del tempo.
Qualcosa è vicino a lui, attorno a lui, lo sta per avvolgere. Sebastiano dilata la bocca fino a farla diventare fauci, oltre la propria faccia, la carne del corpo si scortica di sangue e orrore.

Sebastian ha gli occhi fissi su sé stesso lassù cristallizzato, su Pjotr Fuen Liin appoggiato alla ringhiera e alla propria disperazione, su quanto sta per accadere, su ciò che si avviluppa marcio in cerchio nell’aria accanto a loro. Feroce.
Un’eternità stagnante.
Mentre qualcosa continua a strozzare inesorabile. Poi succede. Dalla gola di Sebastiano esce l’abisso. Glielo urla addosso, al qualcosa. Con tutto il ricordo dei secoli.
Pjotr Fuen Liin appare come un bambino, di fronte al mondo incomprensibile, è quel bambino con gli occhi sgranati di tanti anni prima, i calzoni corti e la felpa azzurra comprata a fatica da sua madre. Non saprà mai che è successo per lui, sopra di lui, questo giorno di nubifragi in riva al mare, a Long Beach.
Sebastiano lotta per Pjotr Fuen Liin, fino allo strazio, scavando via l’immondo pezzo per pezzo, lordandosi e soffrendo. Alla fine vince. Qualcosa si ritrae. Se ne va. L’aria è costretta ad accogliere dentro a sé un fetore avido, che nessun umano potrebbe sopportare, ma per ora fu l’unica rivincita.

Pronto? Sì, ti sento! Sono sotto il temporale, ma ti sento, sì. Dimmi! Cosa? Davvero? Oddio, sì... sì... Certo che vengo... vengo subito, sì. Oddio come sono felice... Arrivo subito. Aspettami... Ciao... ciao...

Pjotr Fuen Liin si rimise il telefono in tasca e rabbrividì d’essere inzuppato, e non importava. Crollò tentando di reggersi a un muro, improvvisamente, mettendosi a tremare, ringraziando chi, che cosa? Lacrimando a fiotti dentro la pioggia. Di quella inammissibile gioia che a volte capita.
Sebastian richiuse le ali sotto il cappotto, si alzò dalla panchina e se ne andò dalla parte opposta rispetto all’uomo, camminando sulla passeggiata. Era diminuita, la pioggia; insisteva sottile ma senza dover più dimostrare nulla. Là a sinistra spuntava il palazzo dimenticato del Casinò, attraversato dalla nebbia nelle vetrate rotte. Gli alberi scapigliati. Davanti ad esso, il pontile col gazebo: nella Belle Époque qui s’attardavano sigari e signore.
Sebastian riconobbe proprio lì in fondo Rouge, da sola, di fronte al mare in burrasca.
Come sei ridotto! Sei flagellato.
Che sei venuta a fare quaggiù?
A salutarti. Bel modo d’accogliermi.
Andiamo via di qui.

di Andrea B. Nardi

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