Magazine Lunedì 21 ottobre 2002

Sonia (parte III)



11 settembre 2009
Ho dormito male. Ho sognato tutta la notte. Ho sognato i tuoi capelli neri diventare sempre più spessi, la tua pelle ricoprirsi di squame, le tue mani lunghe e sottili diventare come quelle di un mostro. Ma non era un sogno, Sonia.
Non era un semplice sogno, ma quello che ti era davvero successo. Solo che nel sogno tutto avveniva in fretta, mentre nella realtà io ti ho visto trasformarti lentamente, anche se non volevo, non potevo credere a quello che ti stava succedendo.
Ricordi quando sono partito per quel congresso in Svizzera? Ci sentivamo tutti i giorni, ma la tua voce al telefono era sembra più strana, innaturale, sembrava la voce di un’estranea.
Ho persino creduto che fosse successo qualcosa, che tu ti fosse stancata di me. Io, che non ero mai stato geloso, ho pensato che avessi un altro. Quando sono tornato non sei venuta a prendermi all’aeroporto. Ho avuto paura di perderti, ho pensato che forse ti avevo trascurato. Sono corso a casa e quando ho bussato alla porta, ho sentito quelle parole.
Vai via, hai detto. Non voglio vederti.
Non potevo crederci. Ho provato ad aprire la porta, ma la chiave non girava. Ho pianto, ti ho supplicato, ma tu non dicevi altro.
Vai via, per favore. Vai via.
Sentivo che stavi piangendo. Ti ho odiato, in quel momento. Credo che avrei potuto picchiarti, farti del male. Forse pensavo che tu non volessi farmi entrare perché avevi paura di me.
Ho suonato alla porta di Muktar e gli ho chiesto di poter passare dalla sua finestra.
Sono entrato in casa. Tutte le luci erano spente. Tu eri accovacciata in un angolo.
Non accendere la luce, ti prego, hai sussurrato, un lungo lamento.
Ma quella non era la tua voce. Non più.

12 settembre 2009
Marco stamattina ha detto che devo smettere di pensare a te. Vorrei poterlo fare, ma mi accontenterei di ricordarti prima della malattia. Ma nei sogni non ci riesco. Nei miei sogni ti trasformi in un mostro.
Un mostro che io ho cercato di amare ancora, anche se non ci sono riuscito. E tu questo lo hai capito subito.

13 settembre 2009
Stanotte ho fatto un altro sogno. Ho sognato che andavo alla sede della Novafarma, giacca scura, camicia bianca, cappotto nero. Le guardie sorridevano senza sospettare nulla, e mi lasciavano passare senza immaginare quello che avevo sotto il cappotto e dentro la ventiquattrore.
Sono un biologo italiano, dicevo all’usciere. Ho appuntamento con il dottor Miller.
Il dottor Miller è impegnato in una riunione, può aspettarlo al quarto piano, rispondeva. Anche lui sorrideva.
Non sono andato al quarto piano, ma al sesto. Il piano dove si riuniva il consiglio di amministrazione della Novafarma. Quando la segretaria ha cercato di bloccarmi ho aperto il cappotto. Un fucile fa sempre impressione.
È scappata urlando, e io ho capito che gli sbirri della sicurezza sarebbero arrivati in fretta. Ho fatto saltare la serratura con un fucilata calibro 12, e sono entrato.
Vedere quei bastardi che urlavano e si nascondevano dietro le sedie. Sentire le loro urla.
Pietà.
Nel sogno li uccidevo tutti, poi ti vedevo, legata a una sedia, e ti liberavo.

14 settembre 2009
Oggi è venuto a trovarmi l’avvocato. Dice che ha richiesto una nuova perizia psichiatrica, pensa che potrebbe servire per l’appello. Non mi importa dell’appello, ma ho finto di essere interessato, per non essere scortese. È giovane, ha ancora entusiasmo, si è appassionato alla mia storia. Dice che uno come me, che ha fatto una strage per amore di una donna, non può finire così.
L’ho lasciato parlare, poi gli ho chiesto di te. È rimasto zitto, l’espressione da giovane avvocato da legal-movie americano, la mascella larga, i capelli ordinati.
Sta bene ha detto poi, e ha abbassato lo sguardo.
Sono tornato in cella, e mi sono messo davanti alla finestra, a guardare ancora la pioggia, ancora in attesa di qualcosa che non arriverà mai.
Mi manchi, Sonia.

Ettore Maggi
di Donald Datti

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