Magazine Lunedì 21 ottobre 2002

Sonia

Bio-technology
Ain't what's so bad
like all technology
It's in the wrong hands

(Sepultura)

9 settembre 2009
Mi manchi, Sonia. Non pensavo che un giorno avrei sentito tanto la tua mancanza. Forse non lo pensavi nemmeno tu.
Piove da una settimana ormai, tutti dicono che durerà a lungo, e il cielo continuerà ad avere questo colore da televisore sintonizzato su un canale morto. Ti ricordi quanta paura ti faceva la pioggia? Non c’erano molte cose che ti spaventavano, ma con la pioggia tornavi a essere una bambina indifesa. A volte di notte mi svegliavo e ti trovavo davanti alla finestra, avvolta nella coperta. Guardavi la pioggia, le gocce che scorrevano sul vetro, e non ti accorgevi di me. Poi esplodeva il tuono e mi cercavi, e io mi sentivo un cavaliere antico mentre ti proteggevo col mio abbraccio. Chissà se anche adesso stai guardando la pioggia. Vorrei essere lì con te, Sonia, abbracciarti e dirti di non aver paura.
Ma non posso. Adesso che tu hai davvero bisogno di me, non posso proteggerti dalla pioggia.
Ricordi quando abbiamo iniziato il corso di Biotecnologie? Eravamo entrati all’ABC-Hosaka, il Centro di Biotecnologie Avanzate, e tu hai riso quando hai visto quella scritta nell’atrio dell’istituto.
Il futuro è nelle biotecnologie, caratteri fluorescenti, inquietanti. Era una frase di Saint-More, il direttore del centro. Tu hai riso e hai detto che il futuro non esisteva, quindi non esistevano nemmeno le biotecnologie.
Ma il futuro non ci preoccupava, allora. Eravamo felici. Avevamo affittato un piccolo appartamento nel centro storico, in quella parte della città vecchia in cui il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, quella parte non ancora ristrutturata e valorizzata dagli speculatori. Una stanza e un bagno, all’ultimo piano, un palazzo vecchio e malridotto abitato da prostitute, spacciatori e immigrati. La scala dell’ultimo piano era talmente stretta che dovevamo passarci uno per volta. Non potevamo permetterci di meglio, con quello che guadagnavamo al Centro, ma non ci importava.
La tua idea era di restare qualche anno al Centro, fare esperienza, cercare di imparare tutto, dalla biologia molecolare a quella cellulare, e poi lavorare in una ditta privata, magari all’estero. Qualcuno che avrebbe pagato bene la nostra esperienza.
Io non volevo fare lo schiavo di una multinazionale, anche se ben retribuito, ma tu dicevi che anche quello, in fondo, non sarebbe stato per sempre. Il tempo di mettere via i soldi, poi saremmo andati via, lontano, in un posto pieno di sole. Avremmo aperto un bar su una spiaggia e avremmo vissuto lì, finalmente liberi da tutto.
I believe in a better world, for me and you, diceva la canzone, e tu ci credevi. Anche io ci credevo, non potevo non crederci.

di Donald Datti

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