Magazine Giovedì 25 settembre 2014

Stefano Piedimonte: «Una favola noir per mandarmi a Fancuno»

Stefano Piedimonte

Magazine - «Chi scrive da Napoli parlando di criminalità è accusato talvolta di saccheggiare i problemi della sua città per il successo personale. Per questo, per il mio nuovo libro, ho scelto di mandarmi a Fancuno. Letteralmente». Dopo aver raccontato la camorra con piglio comico e grottesco nei due romanzi che l'hanno fatto conoscere, per il suo terzo lavoro Stefano Piedimonte ha deciso di cambiare rotta, buttandosi nel genere noir con una favola nera che a tratti spaventa e molto fa sorridere.

Il romanzo s'intitola L'assassino non sa scrivere (Guanda, 248 pp., 17 Eur) ed è ambientato nell'immaginaria città di Fancuno, piccolo borgo del centro Italia che vive i suoi quindici minuti di celebrità per l'arrivo di un serial killer. Anzi, di un «sirial ciller», come si firma l'assassino, ribattezzato il «Bastardo». Per le tremila anime di Fancuno, neanche la soddisfazione di avere un criminale come si deve.

«L'idea è nata un po' per scherzo - spiega Stefano Piedimonte, che dopo anni di lavoro come giornalista di cronaca nera a Napoli, ha scelto di cambiare strada - Mi hanno accusato di saccheggiare i problemi di Napoli, come è successo al mio amico Saviano (nel 2013 hanno realizzato insieme lo spettacolo teatrale Comicamorra, ndr) così mi sono detto: cambio tutto, mi mando a Fancuno. Ho inventato questo paese con un nome ridicolo per allontanarmi dalle cose che già conoscevo, per evitare di cadere in una gabbia. Anche se scrivere un romanzo in questo modo, senza riferimenti reali, è un atto di grande arroganza: per 300 pagine diventi il padreterno di un mondo che non esiste, ma che devi rendere credibile».

Operazione nel quale Piedimonte riesce molto bene, dando vita a un gradevole microcosmo in cui ogni personaggio si porta dietro una storia complessa: un po' come uno Stefano Benni molto più cattivo, lo scrittore riunisce tutti i fancunesi nell'immancabile bar del paese, che con una bella intuizione diventa una sorta di mainframe, l'archivio immateriale fatto delle tante storie che vi si raccontano. E alla fine i crimini del Bastardo non sono altro che un pretesto come un altro per far procedere la trama, mentre l'autore si compiace di sviscerare gli aspetti grotteschi della provincia con la narrazione morbida di una favola agrodolce.

«Più un paese è piccolo, più diventa espressione del carattere dei suoi abitanti - continua Piedimonte spiegando la scelta narrativa - Per questo ho caricato molto i singoli racconti, perché il carattere dei singoli influenza in maniera determinante l'ambiente che li ospita».

In questo microcosmo talvolta divertente, talvolta abbietto, l'unico personaggio che urta davvero il lettore è la voce narrante, il vecchio cronista di nera che dà conto degli omicidi - e del circo mediatico che a poco a poco scatenano - con un compiacimento cinico e saccente proprio di certo giornalismo vecchio stile. Del resto, come precisa egli stesso (p. 111), «Quando scrivo un articolo, ci metto del mio. Lo faccio coscientemente, non me ne frega niente dell'obiettività e di tutte quelle stronzate lì. Io voglio dirigere, non voglio essere diretto. Voglio che il prossimo si crei un'opinione a seconda di quel che io gli dico, voglio che il prossimo dipenda da me».

«Quello che non mi manca del giornalismo sta tutto lì dentro, dalle dinamiche delle redazioni allo scetticismo con cui il vecchio guarda ai colleghi più giovani - spiega l'ex cronista di nera Piedimonte - Quello che il vecchio non capisce è gente come lui che ha affossato la categoria».

Ai meccanismi della stampa - messi alla berlina con un'ironia grottesca - Piedimonte muove accuse tutt'altro che generiche. E quando a p. 29 è la giovane giornalista «per niente in gamba» a carpire delle rivelazioni sull'assassino, la notazione cinica del vecchio è lapidaria ma quanto mai attuale: «uno scoop che le fruttò un euro in più per ogni articolo che avrebbe scritto da quel momento in poi, per un totale netto di sei euro ad articolo». Motivo per cui, probabilmente, Piedimonte ha sostituito il mestiere di strada tra i vicoli violenti di Napoli con la scrittura più rilassata della fiction. E attraverso una favola nera manda a Fancuno, più che se stesso, un modo antico (ma saldamente al comando) di fare informazione.

di Matteo Paoletti

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