Magazine Mercoledì 16 ottobre 2002

Vico Campanile delle Vigne (parte II)



Mi commuovevo per le cose ingiuste, ma anche per quelle belle, non ero frocio ma lo era il mio solo amico, Piero, l’unico che mi accettava, che mi portava su una spiaggia che conosceva lui dove c’erano bellissime chiatte sulle quali saltavamo dimenticandoci tutti, era frocio Pierino ma faceva parte delle cose bellissime della vita, quelle per cui mi commuovevo, e sua madre, la madre del frocio, quando la mia era troppo ubriaca per alzarsi da letto o pensava di aver trovato l’uomo della sua vita e stava via per settimane, la madre del frocio mi accoglieva come se fossi figlio suo, e viveva in vico Campanile delle Vigne in una casa piccola e buia ma mi offriva un piatto di pasta e una brandina vicino alla finestra, anche se di soldi in quella casa ne giravano pochi, pochi davvero, tanto che tutti quando Piero cominciò a fare qualche marchetta a 17 anni furono contenti, il babbo, i quattro fratelli, la mamma, pur senza dirlo, lui portava quelle piccole fortune che gli davano i vecchi per farselo nelle camere degli hotel e la famiglia metteva quelle banconote sul tavolo e le guardava con un misto di rispetto e soggezione, c’ero anch’io qualche volta.

Di mia madre non mi curavo, la desideravo ma desideravo anche la sua assenza e forse questo la faceva bere, lo sentiva. Per certe persone la presenza semplice o prolungata è quasi intollerabile e questa condizione ambigua e puttana come questa città viene chiamata amore, un amore destinato al dissolvimento, all’inevitabile progressivo dissolvimento, un amore che io ho provato per mia madre e per Piero, un amore mai fisico, con nessuno dei due eppure ancora violento, incombente, e ora che si è consumato il ritorno penso di provare lo stesso per questa città bastarda anch’essa destinata a sparire, com’è sparita la famiglia di Piero, non c’è più nessuno in quell’ appartamento indecoroso e ammuffito di Vico Campanile delle Vigne, ci passo camminando rasente ai muri di bugnato, il marmo della chiesa è bianco e pulito, risplende nella luce opaca del tramonto autunnale, ma quelle finestre sono chiuse e di nuovo, guardandole, torna la lacrima e la voglia di vomitare e qualcuno potrebbe dirmi ma sei frocio e lo prenderei a pugni, oppure gli direi sì, e amavo Pierino, fatti i cazzi tuoi e lasciami stare.

Se ne sono andati non so dove quando lui è morto, forse tornati a Napoli, i fratelli per mare e qualche sorella perduta negli angoli delle bagasce (chissà se potessi trovarla, abbracciarla per tutto l’amore di allora, chissà, se potessi riconoscerla e lasciami amare come non ho mai permesso a nessuno…). Ricordo Piero ammalato e ancora capace di ricordare le chiatte, ammalato senza rancore per i disperati degli androni, per i fantasmi del centro storico che gli avevano appiccicato quella dannazione.

Anch’io mi fermo in un bar e dopo in un altro giusto per superare l’imbarazzo, sento che potrebbe essere il destino di Genova , un giorno, e al suo dissolvimento, città amata, intollerabile, ora bruciante nei miei ricordi in un fuoco di incredibile intensità, vorrei essere presente…

di Francesca Mazzucato

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