Magazine Martedì 15 ottobre 2002

Oggetti con il nome sbagliato

Chiuse la portiera dell’auto con la mano così intirizzita che dovette riaprire e sbattere con tutta la forza per sentire un clac soddisfacente e anche infilare e girare la chiave non fu un affare da poco.
Pensò che avrebbe dovuto passare all’università, ma era troppo tardi, almeno telefonare, ma era troppo stanco.
“Troppo, troppo...”
Giocò con quella parola, facendosela saltellare in bocca.
“Troppo, troppo, oppo, oppo, oppoppò!”
Alitò un po’ di fiato, era sempre un incanto vedere il vapore nel freddo, una cosa impalpabile come un respiro che improvvisamente diventa visibile, ha dei confini che si contorcono nell’aria tersa.
Non riusciva a fermare la mente, a dirottare un po’ dell’energia dalla testa al corpo, che era rigido, pesante per la stanchezza di tutta quella notte. Ma l’attenzione era tutta verso l’esterno, a tutte quelle sensazioni che afferivano al suo corpo. Le labbra gelide, le orecchie che sembravano tormentate da mille lamette di ghiaccio che, zzinnnn, zzinnnn, gli tagliuzzavano i lobi. Che strano, quando ti tagli con un rasoio non fa male, solo un bruciorino, e il sangue ci mette un po’ a sgorgare, un attimo di sospensione in cui ancora non credi che una ferita si sia aperta nel tuo corpo, che la tua integrità sia lesa, solo le prime gocce che si affacciano, si gonfiano e poi colano ti tranquillizzano che sì, sei lì ad osservarti, c’è proprio quel taglio, proprio lì sul tuo dito, ma non è successo niente di grave.
“Ah, ma non una goccia uscirebbe dalle mia dita con questo freddo”.
Sentiva come se il sangue si fosse rifugiato ben dentro il suo corpo per non disperdere calore, per non fare fatica.

La sera prima, quando tutto era cominciato, sì, cominciato, era caduta la neve e, per qualche ora era rimasta così, come uno si immagina la neve: bianca, immota, silenziosa, arrotondatrice di spigoli.
“Una bianca coperta di neve...”
Un ragazzino magro, a braccia conserte e battendo i piedi, aspettava che il suo cane finisse di pisciare. Rallentò per osservare il rivoletto giallo che scavava la neve fumando. Tirò fuori una mano dalla tasca e se la passò sul viso, quasi non sentì il raspìo della barba lunga.
“Eh, poi dopo farò un bagno, la barba...”
Dopo, dopo. Dopo che? Dopo aver dormito? Il sonno sembrava una cosa impossibile, tenuto spietatamente lontano dalla stanchezza che non permetteva alcun rilassamento.
Arrivò al portone e aspettando l’ascensore pensò che era buffo chiedersi se c’era posta, ma certo non avrebbe ridisceso i cinque scalini verso le cassette per togliersi una curiosità che si infastidiva di provare.
Nell’appartamento surriscaldato cominciò subito a sciogliersi. Si tolse il cappotto e lo avvicinò con due dita all’attaccapanni, a un centimetro dal gancio lo lasciò cadere per terra, osservando con distaccata curiosità le pieghe che aveva assunto sul pavimento: le maniche ripiegate, il dietro un po’ gonfio d’aria, come qualcuno che fosse caduto faccia avanti. Andò in bagno, evitando accuratamente di guardarsi nell’antina a specchio, l’aprì. Il cavetto ritorto a spirale del Philips cadde nel lavandino. Prese il rasoio e, sogghignando, se lo passò sulla pelle bianca del polso.
“Oggetti col nome sbagliato”, disse ad alta voce.
Pensò a suo padre. Povero Rocco, fino all’ultimo non aveva saputo convincersi a rinunciare al suo “mano libera” e a farsi la barba con un rasoio elettrico.
“Un aggeggio, impreciso e barbaro”
Babbaro, diceva lui.
Il calore del centralizzato cominciava a fargli volgere l’attenzione più indietro che intorno, notò. Ancora il rasoio stava nel primo cassetto della scrivania, nell’astuccio di pelle consumata, insieme ad altri cimeli familiari. Rimise al suo posto l’aggeggio.
Aveva voglia di sistemare la faccenda.
Diede l’acqua alle piante e riappese la scopa dietro la porta della cucina.
Thumos. Azione, azione costante; assenza di linguaggio mentale e il fatto che le azioni vengono iniziate da dèi. I guerrieri micenei, colpendo con la lancia il nemico, ne fanno cessare il thumos, l’attività”. Un buon tema per una lezione.
Proprio tipico di Vittorio consegnarli la grande busta gialla davanti ad un whisky, alle dieci di sera.
Andò nello studio e si sedette alla scrivania, aprì il cassetto e ne tolse l’astuccio con gesti precisi. “Solingen!” mormorò con un’intonazione di smisurato rispetto, alla Rocco e, come lui, inarcando le sopracciglia. Chissà se a qualcuno sarebbe venuto in mente di paragonarlo ad un cappotto afflosciato, ad un guerriero senza la sua psychè, data in premio alla lancia nemica.
Si alzò, rigidità e stanchezza si erano di nuovo impossessate dei suoi muscoli.
Sì, un bagno.

Rita Buzzoni
di Donald Datti

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