Magazine Martedì 30 settembre 2014

Aspettami tra i fiori del caffè. Il nuovo libro di Silvia di Natale

Aspettami tra i fiori del caffè, la copertina del libro di Silvia Di Natale

Magazine - Il gruppo dei colombiani era seduto dietro il bancone decorato con bandierine giallo blu rosso e rami di caffè carichi di ciliegie rosse. Una ragazza dalla pelle scura, occhi lievemente obliqui e lunghissimi capelli neri, in equilibrio su tacchi da capogiro, offriva caffè e sorrisi a chi fosse disposto a una sosta al loro stand.

Ci fermammo e mio padre le rivolse qualche domanda; subito uno degli uomini si alzò e si avvicinò a noi con un sorriso che non era meno gentile di quello della colombiana, né lui era meno bello di lei. «Posso esservi utile?»
Era Fernando.
Con accento cantilenante e privo di doppie consonanti, la versione spagnola della miscela tra le due lingue, ci disse subito che quello che stavamo assaporando era il caffè più soavito del mondo, il caffè coltivato dalle mani più amables del mondo, quelle dei cafeteros della sua terra, che ci mettevano, in quelle piatine, «toda la cura del mundo e todo l’amor di cui un cafetero è capace. Obviamente in questi chicchi no hay traccia di chimica. È un caffè al cento per cento organico».

Mio padre lo ascoltava annuendo, un sorrisino scettico congelato sulle labbra, io invece ero incantata, e non tanto dai pregi di quel caffè, frutto di una terra che era stata creata apposta per farlo crescere, quanto da quelli della persona che me li descriveva. Fernando parlava in una lingua morbida e lenta, del tutto priva dei suoni gutturali del castigliano che avevo imparato all’università; sembrava che lo spagnolo nel passaggio
al di là dell’oceano si fosse soavizzato, si fosse sciolto nelle piogge tropicali, si fosse ingrandito per farci stare l’esuberanza della selva e rimpicciolito perché le cose della vita quotidiana e la stessa natura si riducessero a portata d’uomo, anzi, di bambino. Quella lingua rifaceva il mondo nuevo, gli si plasmava addosso e nello stesso tempo riecheggiava lingue sconosciute e di certo già morte.

Lo amai subito per la sua lingua e per le labbra che pronunciavano le parole e per le parole che diceva. Non mi passò per la mente che potessero essere retoriche, un addobbo folcloristico per attrarre europei sensibili al fascino dell’oltreoceano. Sentivo che non era così. Quella bocca non sapeva fingere. Ad ascoltarlo vedevo davanti a me i cafetales con i filari di caffè, i cespugli colmi di fiorellini bianchi, prima, di ciliegie rosse, poi; mi sembrava naturale che i cafeteros – proprietari di un lembo piccolissimo di terra – trasferissero tutto l’amore di cui erano capaci alle preziose piantine: di quelle vivevano, loro e i loro bambini. Si può amare una persona, o un gatto, o una piantina di caffè, appunto. Era questo che voleva suggerirci Fernando.

Lo ascoltavo rapita, facendo cenno di sì con la testa, come un automa. Avrebbe potuto raccontarmi qualunque cosa e gli avrei creduto alla lettera. Non avrei potuto dubitare di quel che pronunciava quella bocca. Sentivo mio padre fargli domande, rivolgersi a me, chissà che cosa voleva, io non ascoltavo: cercavo la parola per definire quelle labbra – turgide, ecco che cos’erano –, e per descrivere lui, semmai fosse possibile racchiuderlo in
una parola sola, perché dire che era bello era fargli torto.
«Da nessuna parte il caffè ha attecchito così bene come nei cafetales a mezza altezza, intendo dire intorno ai millecinquecento metri, alle pendici della cordigliera orientale…» Tesi le orecchie. Era il paese da cui veniva Fernando, era la sua terra, era il suo mestiere:
tutto ciò m’interessava, ardevo dal desiderio di conoscerla, quella terra, di toccarli, quei cafetales benedetti da Dio… «…lì le piantine crescono protette dall’ombra degli alberi…»

Il paradiso, dove le piantine di caffè crescono su un suolo che nessun trattore ha reso piano, in filari che non le costringono in file ordinate, sotto un sole che le scalda ma non le brucia, sotto una pioggia che le bagna ma non le fa marcire, e i chicchi, quando sono ben maturi, non prima, vengono colti a uno a uno dalle mani attente…
«…e di chi conosce il suo mestiere e lo ama…»
Lo ama! Come se i cafetales della Colombia fossero innaffiati di amore, come se l’amore fluttuasse nell’azzurro cielo colombiano, splendente come gli occhi che mi stavano guardando. Ci vedevo tutta la passione dei cafeteros per il loro caffè, in quegli occhi. Prendevo ogni sua parola alla lettera. Avrei difeso a spada tratta qualunque cosa avesse detto Fernando, purché continuasse a parlare e a offrirmi caffè. Senza accorgermene avevo bevuto una decina di tazze, non dicevo mai di no, mentre lui mi invitava: prova questo e quest’altro, sentirai la differenza, e io provavo, mi bagnavo le labbra, gli dicevo di sì, una differenza c’era, questo era anco-ra più buono, più soavito dell’altro…
E intanto facevo scorrere nella mano i chicchi ancora verdi che mi aveva offerto perché li tastassi, come se fossero i grani di un komboloi.

Quando mio padre mi domandò: «Ma quanti caffè bevi?», lo guardai stupita, perché avevo perso il numero da un bel po’ di tazze, avevo perso a dire il vero anche la nozione del tempo. Ma mio padre non l’aveva persa affatto e già da un pezzo guardava l’orologio, e già da un pezzo gli uomini non parlavano più di caffè ma di calcio; da quelle labbra meravigliose sentii uscire una frase che mi riportò alla terra in cui vivevo: «Ma voi avete Del Piero!». Non so che cosa rispose mio padre, so però che subito dopo si rivolse a me, e sentii nella sua voce l’impazienza, e non era da lui, che era la persona più paziente del mondo, o lo era stata fino a quel momento. Anche Fernando, da come spiegava le cose
a mio padre, si capiva che aveva una pazienza infinita, a meno che non fosse invece una straordinaria capacità di mascherare l’impazienza. Sembrava gli facesse un piacere immenso parlare dei marchi del caffè organico, del fair trade e non so di che altro.

Eravamo ormai seduti al tavolo dietro il banco; la ragazza con i tacchi aveva preso posto accanto a Fernando e gli si stringeva addosso. Sentii di odiarla; che cosa avrebbero fatto di sera, dopo la chiusura della fiera? Strinsi nel pugno i chicchi che ancora tenevo in mano. «Aspetta!» ordinai a mio padre che stava per prendere congedo. Lui si girò verso di me, un’espressione lievemente irritata sul viso stanco.
«Ho un’idea» gli dissi a precipizio, come se fosse lì lì per sfuggirmi e volessi trattenerla. «Se questo è l’oro di Taramá, perché non sposarlo con l’OroPuro? La nuova linea di prodotti organici per la nostra torrefazione: che ne dici, papà?»
Non dimenticherò mai il suo sguardo. C’era stupore, in quegli occhi, ma non solo. Sua figlia gli faceva proposte per la torrefazione! Non riusciva a capacitarsene; era commosso, incredulo, felice. Capii subito che in quel momento non pensava più da imprenditore, non giudicava la mia proposta in termini di denaro o di rischi, ma l’unica cosa che percepiva era che sua figlia, finalmene, dopo tanta attesa, dopo tante delusioni, prendeva parte alle cose che lui amava preoccupandosi del futuro dell’impresa che chiamava «nostra». Avrebbe detto di sì alla più pazza delle avventure commerciali. Dentro il caffè di Taramá c’era amore, sosteneva Fernando. Anche negli occhi di mio padre lessi amore. Per il suo mestiere, certo, ma prima di tutto per me.

Finì che uscimmo tutti insieme; la colombiana trotterellava sui tacchi e, fingendo di perdere l’equilibrio sul selciato di pietre della città vecchia, si teneva stretta al braccio sinistro di Fernando, mentre io, fingendo compostezza, stavo alla sua destra senza osare toccarlo. Fu lui a prenderci tutte e due sotto braccio e io con quello libero mi trascinai appresso mio padre. Quella sera, dopo la seconda caraffa di vino rosso, fu sancito il futuro della nostra torrefazione, ma soprattutto il mio.
Quando Fernando ci invitò a visitare i luoghi dove cresceva il caffè più soave del mondo, io accettai con entusiasmo e strappai a mio padre un sì di cui poi ebbe amaramente a pentirsi. Vero è che pose delle condizioni: sarebbe venuto con me, avremmo conosciuto la federazione dei cafeteros e saremmo andati insieme a vedere i luoghi dove cresceva il famoso Oro di Taramá.

Il caso volle che le cose andassero diversamente. Mio padre si ruppe un braccio – un incidente sul lavoro che avrebbe potuto avere conseguenze ben più tragiche – e io partii sola, carica di raccomandazioni e di promesse: sarei stata prudentissima.
Pronunciate con tutte le buone intenzioni del mondo, quelle promesse subirono poi la stessa sorte degli impegni presi dai conquistadores prima di salpare per le Indie: travolti dalla grandiosità della Nuova Terra e risucchiati dal vortice della curiosità, prima ancora che da quello dell’avidità, furono trascinati inesorabilmente in imprese diverse da quelle per cui erano partiti.
Ma non c’era rimedio: una volta contagiati, non si può smettere di cercare El Dorado. A me è capitata la stessa cosa con l’oro di Taramá, o meglio, con colui che per me lo rappresentava: Fernando. Non ho più smesso di cercarlo. Come se il destino avesse voluto portarmi a Taramá per consegnarmi mani e piedi a un gioco con il quale non c’entravo affatto.
«Amor de cafetal nunca se olvida» come dice la canzone.

Silvia Di Natale

2014 – EDIZIONI PIEMME Spa, Milano. Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano

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