Magazine Mercoledì 25 settembre 2002

Sosta al Wallance Bar (parte II)



Gina appariva, una nuvola bionda. Gina davanti a uno specchio a esibirsi, Gina con poca roba addosso che cade a terra nel corso della serata. Musica, urla, fischi. Lei conosce il suo potere, sorride, accetta banconote ripiegate infilate negli slip. Ma poco o niente di più. Non a quelli che vengono a vedere gli spettacoli. Certo, dopo essersi esibita si siede nel privè con quelli facoltosi, li fa bere champagne costoso, li tocca, se insistono, soprattutto gli arabi con grande barca ancorata nel porticciolo che poi le infilano un gioiello nella borsetta o un rotolo di banconote ancora più grande. Per loro, che non rivedrà mai più, può spingere la sua mano annoiata fino a solleticarli fra le gambe per pochi istanti. Poi ancora champagne e basta, andate, è l’ora, non fatemi chiamare la vigilanza, avanti ragazzi, la festa è finita, no, non vengo in albergo, non ci penso neanche. È pura Gina, il gioiello del Wallance bar, è saporita e fragrante come l’acquavite del Conte. E Sylvia lo sa. Tutti lo sanno quelli che vanno a vederla. Gina così bella che si sveglia tardi e ciondola per il locale, già stanca di troppa vita al mattino, con gli occhi grigi color del mare cerchiati di occhiaie e i capelli che hanno bisogno di una spazzolata. Riprende adagio il contatto con le cose, con il bancone, con i bicchieri. Tocca, si abbandona a qualche sospiro. Gina si concede solo a Lucas che arriva quasi ubriaco alle dieci di mattina. È lui che ama. Da quando era piccola, dalla prima volta, da quando lo vide entrare, così fragile e bisognoso, così buffo. Gina ridendo con lui si lascia trascinare nel retro e possedere adagio, e Sylvia sente tutto mentre prepara il piatto del giorno, rumori inequivocabili, gemiti e belle parole.

“Sono ragazzi”, dice comprensiva se c’è qualche estraneo. Perché ogni volta che lui vuole, lei c’è, non gli dice mai di no. È per quelli come Lucas, Gina. “Sono fatta per l’amore con uomini come lui, sono predestinata. Lo disse una cartomante a mia madre quando ero ancora in fasce”. Certo non è fedele, anche se l’amore, quel batticuore che le mozza il respiro, lo prova solo per Lucas. C’è anche per altri, per uomini che gli somigliano, in fondo. Per Serge che la chiama “la mia Marilina” (mandando Sylvia su tutte le furie, “almeno quel nome no, Marylin sono io”), e che le passa la mano sul culo con voluttà di fronte a tutti e lei ride e ride con la testa all’indietro come non ride mai, con quelli della notte. Quelli che arrivano con collane di perle. Con proposte di viaggi senza fine, su enormi piroscafi. Quelli che capitano per caso nel bar e restano folgorati dal suo caschetto biondo, dalle mosse da attrice consumata, dalla capacità di sedurre chiunque con un solo respiro.

Gina recita una parte, la notte. Per gratitudine, nei confronti di Wally e Sylvia che l’hanno tenuta con loro come una figlia, quando era fuggita dalla campagna e vagabondava alla ricerca di qualcosa, selvatica come un animale ferito, in attesa del primo uomo pronto a darle un passaggio, una casa, qualcosa da mangiare. Recita una parte la notte, il bar diventa sempre più famoso nel quartiere, Sylvia la sera conta i soldi, li arrotola e li infila in una scatola di biscotti. E lei la vede sorridere perché un anno può permettersi una pelliccia d’ermellino fatta su misura, un altro magari la borsa di coccodrillo e anche le gratifiche per lei aumentano e magari un giorno riuscirà a comprarsi quella piccola sartoria all’angolo che le vecchie proprietarie non riescono più a tenere. Vendere abiti, toccare stoffe preziose, un sogno. Ma adesso resta con Sylvia. Le hanno salvato la vita lei, e il marito buon’anima. La sua gratitudine è infinita, ha trovato modo, come può, di ricambiare. Avvolge il bar con la sua sensualità, con la sua fresca e pimpante maniera di essere un po’ puttana, ma con leggerezza e ironia. Anche Sylvia chiede a Gina di coricarsi nel suo letto, quando si sente sola o dopo la sbornia triste o quando il Conte, di cui lei, in segreto è un po’ innamorata, non si è fatto vedere. Poche volte al mese. La guarda spogliarsi, le fa posto e la accarezza fra le gambe finché la piccola non si addormenta. Allora Sylvia appoggia la sua testa di vecchia sui suoi piccoli seni a pera, sente il battito del cuore e si addormenta serena, pensando che il marito sarebbe stato molto, molto contento di sapere che quella ragazza selvatica, aggressiva e piena di rancore, fuggita da un inferno famigliare di cui non voleva mai parlare, era diventata Gina la bella, Gina la perla, attrazione di un locale conosciuto da pochi, affezionati amatori. Era diventata meglio dell’acquavite , del calvados che Wally distillava come se fossero gocce d’ oro, e regalava a tutto e a tutti, dentro quel luogo, un pezzetto di lei.
di Francesca Mazzucato

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